Una statua al rabbino Elio Toaff ma neppure una targa in ricordo delle vittime dell’olocausto

Una statua dedicata al rabbino Elio Toaff in piazza Nilde Iotti. Premetto che l’intento è apprezzabile: nel corso della sua lunga vita, Toaff è stato la più grande autorità morale e spirituale ebraica in Italia, benché altri ebrei a lui coevi si siano particolarmente distinti in altri campi. La figura di Elio Toaff è stata scolpita da Daniel Schinasi, in pittura esponente del cosiddetto neo-futurismo, movimento criticato da quanti  ritengono che le opere prodotte siano ripetitive e prive di originalità. Ma, a Cecina, Schinasi è assai conosciuto, benché abbia soggiornato a lungo in Israele, a Parigi e a Madrid. Come è conosciuto in Toscana, dove ha affrescato numerose stazioni ferroviarie, alcune aule universitarie e dove ha svolto numerose mostre delle sue opere. Anche a Cecina ha lasciato un ricordo nell’atrio della stazione, un murale apprezzabile per la grande quantità di figure dipinte, tra cui se stesso e l’allora sindaco, Renzo Cioni.

Ma al netto della statura morale e spirituale di Toaff e delle qualità artistiche di Schinasi, sta il fatto che a Cecina neppure una targa (non un vicolo, uno slargo, una via o una piazza) ricorda le vittime dell’Olocausto, nel quale morirono almeno sei milioni di ebrei. E nulla, con ogni probabilità, sarà loro dedicato, visto che per l’amministrazione di Samuele Lippi la scultura a Toaff può bastare, come dette a capire pochi mesi fa. Nello scorso febbraio in piazza Martiri delle Foibe fu inaugurato un cippo ai Martiri delle foibe firmato dal presidente del consiglio comunale, Luigi Valori, al quale la carica istituzionale deve andare un po’ strettina, se è vero che a ogni occasione sveste gli abiti di rappresentanza istituzionale per assumere quelli di sindaco aggiunto (in realtà un vice-sindaco ci sarebbe già, ma non è lui). E dunque, dopo le polemiche che seguirono per la firma della stele da parte di Valori, temendo di essere accusato di guardare troppo a destra in prospettiva di una lista civica, Lippi si affrettò a spiegare che l’amministrazione comunale non si sarebbe dimenticata dell’Olocausto e che a breve avrebbe inaugurato una statua al rabbino Elio Toaff.

Affinché non vi siano dubbi, vorrei ancora sottolineare l’eccellente statura morale e spirituale di Elio Toaff. Ma celebrare con una statua l’eccelso rappresentante di una comunità non equivale a ricordare la strage pianificata ai danni di quella comunità, l’Olocausto, che produsse milioni di morti innocenti ridotti a polvere nel vento. Sarebbe stato bello se la statua dei rabbino Elio Toaff fosse stata posizionata nella Piazza degli Ebrei vittime del nazismo, oppure nel viale degli Ebrei vittime del nazismo, o in via degli Ebrei vittime del nazismo o, se proprio non si poteva fare di meglio, al cospetto della lapide intitolata agli Ebrei vittime del nazismo. E bello sarebbe stato oltre misura se ciò fosse accaduto proprio ieri 9 giugno, il giorno successivo all’approvazione in via definitiva da parte della Camera dei deputati del reato di negazionismo. Una misura fondamentale, che Renzo Gattegna (presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane) ha definito “Atto di uno straordinario impegno civico e culturale che ha visto protagoniste le massime istituzioni del nostro Paese”.

Se il negazionismo ora è reato ed è perseguibile penalmente, l’oblio è un nemico ancor più subdolo, che può essere combattuto solo attraverso l’educazione e la conservazione della memoria. Bene ha fatto l’amministrazione comunale di Cecina a intitolare una piazza e un monumento alle Vittime delle foibe, innocenti al pari dei morti nei campi di sterminio. Ma se in analogia si fosse limitata a posizionare una statua dedicata a Licia Cossetto, non avrebbe reso giustizia al supplizio patito da un popolo per mano dei partigiani titini e si sarebbe limitato a celebrare solo la portabandiera della causa degli istriani. Per questa ragione il tributo a Elio Toaff, seppure significativo, non colma il vuoto di memoria di cui Cecina soffre nei confronti dell’Olocausto.

D’altronde l’onomastica cecinese ha più di un aspetto controverso (uso un eufemismo). Due strade sono dedicate alla stessa persona: una (recente) dedicata a Savino Matteoni, un’altra (più datata) intitolata a Savino Matteucci. Se anche Savino Matteucci è esistito, non ha compiuto imprese degne di nota, tali comunque da meritargli l’intitolazione di una strada. Poi c’è un viale Galliano in ricordo di un sott’ufficiale morto nella battaglia di Makallè, ma non c’è via Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1986 e, per inciso, appartenente a una famiglia ebrea-sefardita di Torino; c’è via Enrico Dandolo (41° doge della Repubblica di Venezia morto nel 1205) ma non via Anna Frank;  c’è piazza Nilde Iotti ma non via Enrico Fermi (l’omonimo liceo è stato costruito in via Napoli, più di quattro volte lunga rispetto a via Roma), normalista e premio Nobel per la fisica, costretto a emigrare negli Stati Uniti per scampare alle leggi razziali cui la moglie ebrea Laura Capon e i figli sarebbero stati sottoposti.

A dire il vero c’è anche un piazzale dei Veterani dello sport, che in vita loro hanno corso, lottato, giocato e faticato. Ma che nient’altro hanno fatto per meritare l’intitolazione di un piazzale tanto grande. Sarebbe stato bello se in luogo di quel disadorno piazzale dei Veterani dello sport, ci fosse stata una bella piazza curata dedicata alle Vittime dell’olocausto. Qui sì che la statua dedicata al rabbino Elio Toaff sarebbe stata al suo posto e avrebbe rafforzato la volontà collettiva di non lasciare che il tempo disperda la memoria.

Pur volendo essere indulgenti verso certe incredibili dimenticanze, qualcuno dirà che tra i problemi che affliggono la comunità e l’Italia queste sono quisquilie. Dettagli. Mica è vero. In questa società dal tempo esploso, dove il passato è rimosso per far posto a un eterno presente, anche in un angolo di provincia come Cecina un pizzico di cultura e di sensibilità in più avrebbe permesso di evitare che il tributo a un grande personaggio surrogasse la memoria di un genocidio. Perché la memoria è una cosa seria, va coltivata bene e sottratta alle improvvisazioni.