Il rimpasto in giunta e il fuggi-fuggi da Matteo Renzi in difficoltà

Premetto di essere un perdente. Ancor prima che lo fossi, i vincitori mi stavano simpatici solo quando iniziavano a perdere. La sconfitta fa trapelare un’umanità altrimenti dispersa, all’apice del successo coperta dallo stuolo dei clienti e dalle loro grida, dalla difesa trincerata e incondizionata del capo, dall’idea decadente di voler essere parte solidale di un percorso comune benché le convinzioni divergano.

Premessa a parte, ritengo disdicevole (ed è un eufemismo) questo fuggi-fuggi dal carro renziano. Beninteso, al netto delle riforme più o meno condivise e contestate, a parte l’efficacia e la natura dei bonus (regalie elettorali oppure sostegno effettivo a certi redditi bassi?), ammessi i giudizi di antipatia o simpatia verso Matteo Renzi e i pareri discordanti sull’efficacia dei suoi mille giorni al governo, mi fa specie che bastino poche ore per cambiare idea. Si può imporre a delle opinioni turbo-consolidate un’inversione a U, in un’ora o in un paio di mesi? Sì, è possibile, quando in ballo c’è la difesa delle piccole rendite di posizione. Si può eccome, soprattutto quando c’è da riposizionarsi in fretta perché il tempo corre e tra poco si vota.

In certi politici vige la convinzione che essere astuti e senza scrupoli sia un valore, o che i principi delle scelte è bene divergano da quelli dell’etica. Con questo presupposto ogni luogo celebra la sua “House of cards”, più o meno significativa a seconda delle dimensioni demografiche o della caratura culturale. Cecina, ad esempio, ne ha una lillipuziana. Pensiamo a certe giravolte pur di restare a galla: dapprima bersaniani ortodossi per poi trasformarsi in renziani leopoldini, quindi all’improvviso rossiani duri e puri ma subito disposti a schierarsi con Emiliano, perché Rossi fa fagotto e Matteo declina: sia mai che, a forza di declinare, affondi. Alla fine, ecco la folgorazione sulla via di Orlando, che ci prova perché l’uscita di Bersani, Speranza & co. ha aperto un’autostrada nella sinistra del Pd. Il bello è che ogni giravolta è veloce come la luce e che l’opportunismo massacra le idee: si difende a spada tratta la riforma della Costituzione e chi la propone sino alle 23 del 4 dicembre 2016.  Appena la sconfitta si materializza, ci si guarda intorno pronti a saltare su un altro carro, perché un leader sconfitto e dimissionario è un leader da rottamare.

Ma torniamo a Cecina, mai si pensi che voglia ciurlare nel manico. Qui la capacità di assumere repentinamente posizioni differenti a seconda dello stato di salute politica del nocchiero è una vera specialità, al punto da tradursi in un rimpasto di giunta. Il sindaco, Samuele Lippi – che nell’ordine si autodefinì l’ultimo dei comunisti, prese a bazzicare la Leopolda, si schierò con Rossi e ora tifa per Orlando – ha eliminato dalla giunta Caterina Barzi (mai pervenuta) e Paolo Biasci, per far posto a una rediviva Lia Burgalassi (rosso antico vista la sua militanza ultra-quarantennale dalla Fgci al Pd) e a Paolo Bettini, ex campione di ciclismo. Due innesti che spostano a sinistra l’asse della giunta, chiusa ermeticamente ai renziani. Il rimpasto contraddice certe posizioni del sindaco, accondiscendenti verso la cosiddetta destra sovranista e identitaria. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte, perché nell’ipotesi (verosimile) che alla fine rivinca Renzi, una ricandidatura di Lippi non sarebbe scontata e l’alternativa di una lista civica diverrebbe credibile. Ma Lippi, a due anni dalla fine del mandato, preferisce giocarsi le chance nel suo partito e punta decisamente su Andrea Orlando, che a Cecina gode del sostegno dei maggiorenti.

Soprattutto Paolo Pacini, ex-sindaco ed ex-assessore provinciale, ora segretario del sotto-segretario Silvia Velo e grande elettore di Samuele Lippi fino al ballottaggio (fu grazie ai voti del quartiere di San Pietro in Palazzi, roccaforte di Pacini, che Lippi vinse), è schierato con Andrea Orlando. I due, Lippi e Pacini, si sono ravvicinati dopo un periodo di gelo. E non è un mistero che da anni i rapporti tra Paolo Pacini e Paolo Bettini siano improntati a una buona consuetudine. Ecco, dunque, che i due innesti servono a Lippi per rafforzarsi le spalle a sinistra e puntare dritto alla ricandidatura sotto le insegne del Pd, nel caso in cui Orlando prevalga su Renzi, senza andare per il sottile.

Fosse andato per il sottile, Lippi avrebbe aperto ai renziani, oppure ai riformisti e scelto altre persone; avrebbe evitato la nomina di Lia Burgalassi, corresponsabile dell’assenso Pd alla riorganizzazione per intensità di cura, che ha trasformato l’ospedale di Cecina in un disastro. Ma, soprattutto, avrebbe affidato a Bettini una consulenza, non un assessorato. I cronisti locali hanno incredibilmente taciuto (dopo che i loro giornali ne hanno parlato a lungo) che proprio il Grillo, nel 2011, ha patteggiato una pena di otto mesi per evasione fiscale. Era accusato di non aver dichiarato, dal 2003 al 2008, redditi per oltre dieci milioni di euro.

Ora si dirà che, una volta pagati i conti con la giustizia, uno torna quello di prima. In questo caso è vero solo in parte, almeno per due buoni motivi. Il primo: l’espiazione della pena non estingue il reato, come ha ricordato l’avvocato Emiliano Costagli sulla pagina Facebook di Cecina Democratica. “La pena irrogata e poi eseguita non estingue il reato come da codice penale, cpp, e granitica giurisprudenza – scrive Costagli -. Il reato si estingue o con un provvedimento di amnistia o con la riabilitazione ex art.178, ma a certe condizioni o con istanza ex art. 445 ultimo comma codice di procedura penale. Nei casi di patteggiamento, a seguito di istanza al giudice dell’esecuzione e a certe condizioni, il reato è estinto”. Il secondo motivo: il reato di evasione fiscale non colpisce un singolo, ma l’intera collettività. Perciò le domande da porsi sulla nomina di Bettini sono due. La prima: è giusto che una sentenza (pur patteggiata) passata in giudicato per evasione fiscale, consenta poi di fare l’amministratore pubblico? La seconda: è corretto amministrare un bene collettivo dopo che in passato si è tenuto un comportamento finalizzato a lederlo?

Credo che l’astuzia e la mancanza di scrupoli, alla fine, non paghino. Qualcuno ora reciterà il consueto refrain: siccome sono un perdente, farei bene a tacere. Già mi ronzano le orecchie. La risposta sarebbe complessa, meglio riassumere: pazienza.

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