Al seggio di qua gli uomini, di là le donne. Ma gli altri/e?

In questa giornata di voto per le politiche, elezioni quanto mai delicate per il domani del nostro Paese, c’è un aspetto che non ritengo si possa considerare un dettaglio anche se il contesto dello scontro elettorale propone scenari importanti. Anzi, la racconta lunga di come si faccia fatica a comprendere la complessità di questi tempi e soprattutto di come si faccia fatica a modificare abitudini e sovrastrutture ideologiche che poi influenzano anche le preferenze politiche e, il caso di questi nostri tempi, alimentano cultura dell’egoismo e della conservazione.

Andiamo con ordine. Questo 4 marzo 2018 verrà ricordato anche per la lungaggine delle operazioni di voto e quindi per le file davanti ai seggi determinate dall’introduzione del tagliando anti-frode sulle schede elettorali. A ogni scheda consegnata corrisponde un tagliando con un codice, così da impedire che schede rubate e pre-votate fuori dai seggi  possano essere introdotte nell’urna portando all’esterno schede buone da votare per ripetere il giochino. E’ un antitodo a un meccanismo utilizzato per il controllo del voto specialmente in aree a diffuso condizionamento mafioso (nel senso più ampio del termine e quindi riguardante tutti i territori su cui imperversa il controllo delle organizzazioni criminali). Tutto giusto. E però, date le ore in fila: a quando anche da noi il voto elettronico che non solo ci eviterebbe le file ai seggi ma anche le nottate infinite in attesa di qualche risultato verosimile evitandoci il balletto di exit poll e proiezioni sballati, con relativi commenti ridicoli?

Ma vorrei segnalare un altro aspetto per cui dovremmo rivedere l’organizzazione dei seggi. In ogni sezione gli elenchi degli elettori sono due, uno per gli uomini e uno per le donne, e per ognuno degli elenchi ci sono commissari diversi così che si può procedere in contemporanea alla registrazione di un uomo e di una donna. Per questo motivo qualche perdita di tempo si  è verificata quando, ad esempio, è stato di turno un uomo che in fila davanti aveva delle donne: è capitato cioè che è rimasto vuoto il tavolo per la registrazione dei maschi in attesa che il primo in fila fosse appunto un elettore, oppure un componente del seggio è stato utilizzato per chiamare di volta in volta un uomo o una donna a secondo del tavolo libero.

Ma l’organizzazione delle procedure di voto con registrazioni diverse per sesso non sempre è adeguata a elettori che né per inclinazione, né per  l’abbigliamento conseguente, corrispondono alle categorie rappresentate. Insomma, l’anagrafe che prevede solo uomo o donna, alla fine ha negato il diritto a un’identità a chi è transgender e a chi si sente di sesso diverso da quello registrato alla nascita. Nulla di importante, dirà qualcuno, aggiungendo che ci sono cose più urgenti o essenziali. E invece, partendo dall’imbarazzo e dall’umiliazione per la negazione del proprio status inflitta a quegli elettori/trici,  io credo che un solo diritto negato – qualunque diritto – rischia di ingenerare una lavagna dei diritti buoni e di quelli cattivi scritta di volta in volta a maggioranza e rischia di anestetizzare l’impegno affinché la convivenza civile sia appunto regolata da diritti (oltre che da doveri) riconosciuti per tutti.

Certo il caso non nasce alla fila del seggio di queste elezioni, ma credo sia davvero il tempo che un diritto di cittadinanza per la difesa dell’identità di chi decide un sesso diverso da quello della nascita, attraverso una riforma dell’anagrafe, sia maturo per una società che non abbia paura di comprendere e confrontarsi con la realtà senza dogmi o, peggio, scomuniche.