Ballottaggi. La vera sfida in Toscana

 

In attesa dei ballottaggi  del 19 giugno, che possono rovesciare, come nelle partite di calcio, risultati quasi impossibili, il primo tempo delle sfide elettorali di domenica, a livello nazionale e toscano, un aspetto abbastanza definito sembrano averlo evidenziato: la crisi del rapporto tra il Pd e i comuni. Quello che in passato ero un punto di forza del centrosinistra, rischia di diventare una spina nel fianco. In passato lo schema istituzionale prevalente è stato sempre un po’ questo: la Dc e il centrodestra governavano il Paese, il Pci e poi il centrosinistra le città. Gli uni avevano il premier e i ministri, gli altri i sindaci e gli assessori.

Erano due Italie. Dove la Toscana rimaneva sempre se stessa, roccaforte rossa,  regione impenetrabile alla Dc prima e al berlusconismo poi. Salvo qualche chiazza, qua e là, di bianco, Lucca in particolare, la stessa Grosseto, un po’ Arezzo (soprattutto per autogol del centrosinistra, a dire il vero) e poco altro. Come non ricordare Berlusconi quando nel 2000, a Livorno, arrivato con la sua nave azzurra, lanciò il grido di “guerra”: “Detoscanizzare l’Italia».
L’Italia virò a destra. La Toscana no.

La storia della sinistra, anche nella sua versione più recente ulivista e moderata, è stata sempre segnata da un forte radicamento nei comuni, nei territori. La sinistra dei sindaci. Da quelli della prima Repubblica – dal bolognese Renato Zangheri al milanese Carlo Tognoli , dal romano Luigi Petroselli al napoletano Maurizio Valenzi – ai primi cittadini della seconda Repubblica, da Massimo Cacciari a Francesco Rutelli, da Leoluca Orlando a Enzo Bianco. E la guida dei comuni, soprattutto in Toscana, è stato l’esame di maturità di molte carriere politiche. Nel crogiolo dei problemi concreti delle città si è formata la classe dirigente toscana del Pd. Ad esempio tutti i presidenti di Regione degli ultimi vent’anni si sono forgiati nei comuni: Vannino Chiti a Pistoia, Claudio Martini a Prato e Enrico Rossi a Pontedera.

E’ vero, come suggerisce il segretario regionale del Pd Dario Parrini, anche lui ex sindaco di Vinci, che nei  ballottaggi  i candidati democratici potrebbero vincere tutti  i loro duelli. Ma i ballottaggi e  i primi tempi da rovesciare sono tanti. Forse troppi. Da Grosseto a Sesto Fiorentino, da  Sansepolcro a  Montevarchi fino a Cascina. C’è il rischio concreto che i ballottaggi del  19 maggio consegnino una  Toscana come mai si era vista dal dopoguerra ad oggi. Con tre comuni capoluoghi di provincia (Grosseto, Livorno e Arezzo)  in mano al centrodestra e al M5S. E con la prospettiva che i litigi interni in futuro possano mandare in minoranza il Pd anche a Lucca e Massa, dove i renziani sono all’assalto dei sindaci in carica.

In attesa del finale di partita c’è da chiedersi se la sconfitta o la flessione del Pd alle elezioni comunali in Italia, ma in parte anche in Toscana dove lo zoccolo duro ancora resiste, anche se in via di corrosione, sia un dato congiunturale (litigi interni, candidati sindaci forse sbagliati, l’attacco di tutti contro il premier) e quindi recuperabile in prospettiva. O se invece non si stia assistendo ad una progressiva trasformazione del Pd in un soggetto politico (partito della Nazione? ) che  guarda più a Roma che ai comuni e alle regioni. Un partito funzionale, non a caso, alla riforma della Costituzione, che punta al superamento del titolo V in nome di un neocentralismo.  Conta soprattutto  Roma e chi a Roma comanda.

 

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