Battezzare i figli di coppie gay? Ecco perché noi preti non dobbiamo dire no

Nel bel mezzo del dibattito sulle unioni civili e sulla possibilità per un partner omosessuale di adottare il figlio del rispettivo/a compagno/a, un quotidiano rilancia la storia, già raccontata in un programma tv, del battesimo di tre gemelli “figli” di una coppia gay grazie alla “collaborazione” di due donne (l’una ha fornito gli ovuli, l’altra ha messo a disposizione l’utero).

Ci mancava anche il battesimo, dirà qualcuno. In verità, parlandone tra colleghi preti, avevo già posto il caso (per me finora teorico, ma adesso possibile e anzi incombente) di come rispondere a una coppia omosessuale che chiede di battezzare il “loro figlio”.

In base alla consueta prassi ecclesiale, con autorevole conferma nel codice di diritto canonico, condizione necessaria e sufficiente per battezzare un bambino è la certezza morale che ci sarà l’impegno della sua educazione cristiana (non necessariamente da parte di un padre e di una madre). Mi pare che il nocciolo della questione – per me prete – sia questo. Avendo presente che sono già ricorrenti i battesimi di figli di coppie (un uomo e una donna) non sposate in chiesa, vuoi per loro scelta (conviventi o sposati in comune), vuoi per impossibilità canonica (uno dei due ha divorziato dopo il matrimonio concordatario). Lo stesso Papa Francesco ha battezzato figli di coppie un tempo definite “irregolari”.

Però, in ogni caso, il battesimo ha senso come inizio di un cammino. Il sacramento viene celebrato dopo una verifica, benevola ma seria, che ci si impegnerà per educare nella fede i nuovi battezzati. A tale scopo, in molte comunità noi parroci ci facciamo affiancare da coppie di sposi che, vivendo un’esperienza di famiglia che ha come riferimento il Vangelo, accolgono i nuovi genitori e li accompagnano verso il battesimo e verso una maggiore consapevolezza comunitaria.

Qui sta il difficile, per i genitori che chiedono di battezzare e per la chiesa, per ogni parrocchia: essere spazio di incontro di uomini e donne che si aprono all’amore di Dio e del prossimo, che assumono come regola di vita tutti e dieci i comandamenti e le norme etiche che ne conseguono. Che almeno ci provano, dentro una società in rapido cambiamento e di fronte a una cultura che spesso ha ben poco di cristiano sia nelle scelte individuali che collettive. Ma al cuore del messaggio cristiano c’è sempre una risposta di fede alla parola di Dio, inseparabile dal tentativo di vivere a propria volta la carità, la solidarietà, il perdono.

E allora a ogni genitore – inclusi i due padri di tre figli nati “in modo inconsueto” – non si può non proporre il battesimo come un seme da far crescere finché diventi albero, insieme alla chiamata a sentirsi parte di una chiesa che papa Francesco chiama “ospedale da campo”, aperta ad accogliere tutti, incluse le coppie gay che chiedono il battesimo. Che però non può essere la festa di un giorno, magari amplificata dai mass-media, ma l’apertura di un confronto serio col messaggio di Gesù di Nazaret.

You may also like...