Candidature, scelte nelle mani solo dei big dei partiti

Non c’è un nome nuovo, una sorpresa nelle ipotesi sulle candidature dei vari partiti in vista delle elezioni di marzo di cui al momento si legge su giornali e organi di informazione. Con una legge elettorale che demanda ai padroni del vapore la scelta dei candidati da presentare agli elettori, ci sarebbe da aspettarsi una corsa alla ricerca delle persone più capaci e apprezzate per cercare di convincerle a scendere nell’agone e mantenere, o conquistare, almeno i collegi più difficili. Una scelta utilitaristica, ancor prima che di reale apertura alla “società civile”.
Invece, stando ai rumors di questi giorni, gli elettori troveranno con ogni probabilità nella scheda le solite facce che da anni, a volte decenni, siedono nelle istituzioni. Per carità, alcune con merito e in base a qualità e capacità specifiche, ma comunque in barba ad ogni tentativo di rinnovamento che per certe forze politiche si è provato di far passare attraverso la regola (sempre aggirata all’occorrenza) di imporre almeno una pausa a chi ha già fatto due mandati.
Il M5S prova a uscire da questi schemi con le “parlamentarie”, votazioni sul web che, a volte con un numero davvero limitato di voti, possono portare alla Camera e al Senato persone sconosciute (ma non è detto che non siano all’altezza) alla gran parte degli elettori del movimento che non ne frequentano il sito su Internet. Un tentativo di selezione dal basso condivisibile forse negli intenti, ma che lascia perplessità sulla effettiva scelta consapevole degli elettori, i quali in molti casi votano a scatola chiusa, convinti dalle proposte e dall’azione di Grillo e dei big nazionali, più che dalla conoscenza diretta del candidato nel collegio o sulla scheda.
La questione di fondo non trova insomma risposte: chi sceglie i candidati? Con quali criteri? Con quali procedure? Con una legge elettorale cucita su misura per i ristrettissimi centri di potere che hanno in mano quello che resta dei partiti, ci dovrebbe essere almeno la certezza che le persone messe in lista sono state democraticamente indicate da iscritti, elettori e simpatizzanti con qualche metodo che consenta una vera partecipazione. Ma le primarie sono opzione di poche forze politiche e riguardano tutto al più i candidati alla segretaria, al premierato (anche se la scelta dell’incarico per la formazione del governo è, per ora, demandata al capo dello Stato), alla presidenza di una Regione o alla carica di sindaco.
Non sorprende allora che i rumors indichino più o meno ovunque i nomi dei soliti noti come papabili per Camera e Senato. A scompaginare i piani dei vertici dei partiti, più che gli elettori, sembrano quindi destinate variabili “di palazzo”, con l’arrivo nell’agone, MS5 a parte, di candidati della sinistra che nei colleghi rischiano di azzoppare l’alfiere del Pd, o di presidenti, consiglieri, sindaci ed ex sindaci che ritengono di aver diritto ad un posto al sole che riscaldi di più e non esitano a lasciare il ruolo che hanno nell’istituzione nella quale sono stati eletti, in barba all’impegno preso con gli elettori. Altra eventualità che potrebbe far sfuggire il controllo delle candidature ai padroni del vapore sono spaccature sempre possibili nella galassia del centrodestra, dove non sembra che Lega e Fratelli d’Italia siano così propensi a lasciare a Forza Italia l’indicazione delle candidature che dovrebbero rappresentare l’intera coalizione.
I giochi sono già cominciati e ci sono partite difficili. Ma a giocarle saranno ancora i vertici dei partiti, che si stracciano le vesti quando vedono le percentuali di chi non va più a votare, ma non fanno poi seguire politiche di vera apertura e partecipazione che contengano e riducano l’astensione e le schede nulle o bianche.