Cecina e Piombino, due ospedali ormai in rete senza un progetto di fusione

La narrazione del sindaco Samuele Lippi prevede che all’ospedale di Cecina vada tutto bene. Anzi, guarda la coincidenza, è dal momento del suo arrivo che le cose hanno preso ad andare meglio. Perché, racconta, se lui non ci avesse messo mano, prima sarebbero state lacrime e sangue, seguite da un drastico ridimensionamento e dalla chiusura certa. Anche la narrazione del direttore generale dell’Usl di nord-est, Maria Teresa De Lauretis, contempla che tutto vada bene. Va bene persino la rete dell’infarto, che da Livorno a Grosseto (140 chilometri di costa, decine di migliaia di abitanti in inverno, quasi due milioni di turisti nei weekend di luglio e agosto) non dispone di sale di emodinamica mentre tra Firenze e Prato ce ne sono 8, quattro tra Livorno Pisa e Lucca e cinque nella Toscana del nord-est. Tutto va bene anche se la solenne anticipazione di Lippi – risalente a un anno e mezzo fa e ripetuta con toni più dimessi martedì pomeriggio – che Cecina avrebbe avuto la sua sala di emodinamica con medici trasfertisti, è stata ridimensionata (per non dire azzerata) da Maria Teresa De Lauretis: “E’ tutto ok – ha detto -, i tempi di trasferimento dei pazienti sono congrui. E non tutti gli ospedali possono avere un’emodinamica”. Tradotto in parole povere: scordatevela, almeno per ora.

Si è consumata così – tra fuffa, vaghezza, tecnicismi, paroloni e nodi irrisolti -, la riunione della commissione consiliare che avrebbe dovuto fare chiarezza sulla rete ospedaliera tra Cecina e Piombino.

Il nodo della rete. E infatti nessuno ha saputo dire come funzionerà la rete ospedaliera tra Cecina e Piombino, cosa sarà fatto e dove, con quali risorse, con quali organici e per quali obiettivi. Non l’ha detto De Lauretis (“Non voglio parlare del futuro”), che d’altronde è un tecnico e le decisioni, si sa, spettano ai politici; non l’ha detto neppure Samuele Lippi, politico, che ha preferito locuzioni alate (tipo: siamo abituati male perché diamo tutto per scontato) e affermazioni auto-referenziali a detrimento dei suoi predecessori. E solo questo poteva dire, visto che si è legato le mani per conto proprio: era già sindaco di Cecina quando si è impegnato allo stremo in una battaglia campale per presiedere la conferenza dei sindaci dell’area vasta di nord-ovest. Da un lato, ora, dovrà difendere l’ospedale della città di cui è sindaco, dall’altro si troverà a dare impulso all’area vasta i cui interessi non è detto collimino con quelli di Cecina. Dall’altro ancora, sarà costretto a recitare due parti in commedia (arbitro e giocatore) al momento di organizzare la rete sanitaria tra Cecina e Piombino, che provocherà inevitabili attriti e contese. È vero che alla fine sarà la Regione a scegliere. Ma è anche vero che non si può avere tutto e che, quindi, al momento dell’approvazione del Pal (il piano attuativo locale, vale a dire il master-plan della rete sanitaria Cecina-Piombino) bisognerà fare scelte di decrescita (in)felice. E proporre il Pal spetta proprio alla conferenza dei sindaci presieduta da Lippi.

Scelta obbligata? Il decreto Balduzzi impone l’accorpamento, pena la chiusura, di ospedali situati in bacini di utenza che non superano una certa soglia di abitanti e standard per il mantenimento di alcune specialistiche. Ma nessuna norma imponeva l’accorpamento tra Cecina e Piombino, tanto più che il flusso dell’emigrazione sanitaria è diretto a nord, verso il centro dell’area vasta. Plausibile sarebbe stata la costituzione di una rete con Livorno, in modo da legarsi più direttamente con Pisa e le sue specialità di eccellenza. Il consiglio comunale di Cecina, con largo anticipo rispetto alla legge regionale 84 del 28 dicembre 2015, però promosse la saldatura con Piombino. D’altra parte, quando l’ordine del giorno fu presentato e approvato, l’istituzione di un ospedale unico Cecina-Piombino dovette apparire come l’unica soluzione percorribile. Ma a distanza di due anni e in assenza di investimenti significativi in personale e strumentazioni, è evidente che la rete sanitaria non funziona. De Lauretis ha detto che farà di tutto per impedire un decadimento dei servizi nella prossima estate, assumendo personale per rafforzare reparti e pronto soccorso e avviando alcuni concorsi per i primariati scoperti; Lippi ha ribadito che le cose funzionano già bene. Ma sono rattoppi. In realtà il decreto Balduzzi è stato applicato solo per la parte relativa alla fusione tra i due nosocomi (insieme costituiscono un ibrido, a metà tra l’ospedale di base e quello di primo livello, che avrebbe permesso standard di assistenza migliori e un maggior numero di specialistiche), omettendo la conclusione in cui si fa esplicito riferimento alla continuità tra ospedale e territorio: alla riduzione dei posti letto e dell’offerta sanitaria non ha fatto riscontro un apprezzabile potenziamento dei servizi di base, tant’è che le case della salute sono rimaste sulla carta. In questo modo il sistema si è trovato spesso in affanno, con il pronto soccorso preso d’assalto, i pazienti ammassati in astanteria e in osservazione breve per assenza di posti letto, degenze rapidissime per garantire una rotazione che fa numero ma qualità opinabile.

Sanità impoverita. Al di là delle rassicurazioni dei direttori generali e dei sindaci della provvidenza, la percezione generalizzata di una riduzione dell’offerta sanitaria pubblica è realistica. Gli allarmi e i dubbi sono fondati. Anzi, sono supportati dai numeri. Daniela Boem, del sindacato Fials, parla di 2,19 posti letto per mille abitanti contro i 3,15 fissati dalla Regione, mentre al pronto soccorso di Cecina c’è chi ha accumulato 100 giorni di ferie. Il personale è ai limiti anche in altri reparti e le liste di attesa per la specialistica e la diagnostica strumentale si sono fatte insopportabili (su questo sia Lippi che De Lauretis hanno glissato), tanto da indurre a un ricorso generalizzato alla libera professione e ai centri privati. Infine l’intensità di cura, tempo fa osannata come la madre di tutte le soluzioni, ha disastrato l’ospedale di Cecina: fu concepita per risparmiare, non per migliorare l’assistenza.

Il Pal? C’è tempo. Aspettiamo allora il famoso Pal, il piano attuativo locale, a distanza di 16 anni dal precedente. Una rete tra due ospedali che non sono di base ma neppure di primo livello, divisa su due presidii distanti 54 chilometri, è probabile che imponga delle rinunce, a meno che la Regione non deroghi alle prescrizioni del decreto Balduzzi. Lippi ha chiesto tempo, enunciando i passaggi di un iter che pare un labirinto. Per cui, se tutto va bene, il Pal sarà approvato a ridosso delle elezioni amministrative. I sindaci di Cecina e di Piombino, entrambi al primo mandato, avranno voglia di avviarlo nella prospettiva di ricandidarsi? È una domanda lecita. Una delle tante.