Chi guadagna sulle Vele della disabilità?

L’inaugurazione alle porte di Pisa del grande centro Le Vele, un vasto complesso destinato a ospitare un centinaio di disabili e altrettanti operatori, ha spinto tutte le principali associazioni che si occupano di persone fragili a dire che si stava aprendo un pessimo capitolo nella storia dell’assistenza. Mentre autorità di vario ordine e grado tagliavano il nastro tricolore, la rete delle associazioni toscane bollava quel progetto con parole di fuoco. Rompendo ogni indugio diplomatico, ha scritto che le Vele sono un passo indietro di decenni nella lotta alle barriere che lasciano i disabili furi dalla società.  Tanta asprezza nel giudizio poggia su un timore – a detta delle associazioni –  assai realistico: il complesso pisano altro non è che un grande ospizio con lo scopo di assorbire ingenti contributi regionali. Non solo: sarebbe il primo passo di un disegno destinato a replicarsi in altre zone: prossima tappa sarà Empoli.

LA STORIA.

Il centro socio-assistenziale Le Vele è stato costruito dalla Fondazione “Dopo di noi” ed è costato circa 20 milioni. Sono 5000 metri quadrati, su due piani più soppalchi, è destinato  ad accogliere 98 ospiti e vi lavoreranno un centinaio di persone. Ci sono alcune residenze protette, strutture per l’emergenza, servizi vari. Il target è costituito da persone con particolari disabilità (autismo, down, sindrome spastica) e prive di un adeguato sostegno della famiglia.

LA POLEMICA.

Non passano che pochi giorni dall’inaugurazione che le quattro associazioni più importanti che si occupano di disabilità in Toscana decidono di impugnare la clava. Le associazioni sono: Dipoi, Fish, Coordinamento salute mentale e Fand. Scrivono: Il centro per disabili “le Vele” è il classico esempio di re-istituzionalizzazione delle persone con disabilità. Figlio di un approccio culturale vecchio e superato, in totale contraddizione sia con la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, sia con le conclusioni della Conferenza nazionale e regionale sulla disabilità dello scorso settembre a Firenze, sia con il piano socio-sanitario della Regione Toscana”.

IL SOSPETTO.

“A Pisa come a Empoli con il progetto Terrafino (ancora per fortuna non realizzato) – aggiungono i quattro presidenti – si sta tentando di tornare indietro e il nostro sospetto è che , purtroppo, le persone disabili siano solo il pretesto per organizzare in modo efficiente il potenziale grande business del dopo e durante noi. Puntano a formule di sconfinamento delle persone disabili in nuovi e moderni “istituti” che nulla hanno a che vedere con la qualità della vita degli utenti”.

L’ALTERNATIVA È GIÀ REALTÀ.

Fish, Dipoi, Fand e Salute mentale sostengono un modello di assistenza ben diverso da quello di Pisa ed Empoli. Lo descrivono così: “basato su piccole comunità di tipo familiare inserite nel tessuto sociale o unità di vita con sostegno, diurni aperti e inclusivi, qualità delle relazioni umane e coinvolgimento delle famiglie”. E aggiungono: “Non rispondeteci che questo modello è utopico e costoso perché nella nostra regione ci sono decine di realtà di questo tipo”.

LA REGIONE CHI VUOL SOSTENERE?

Questo è il nodo della vicenda. Se è vero che la fondazione pisana è libera di spendere 20 milioni come meglio crede, non altrettanta discrezionalità si offre alla Regione Toscana. Risorse che sono state aumentate ma che sono pur sempre limitate. Il rischio è che se la Regione decidesse di investire nelle grandi strutture, di fatto verrebbe coinvolta in un circuito che lascerebbe poco spazio a quelle piccole. Insomma si privilegerebbe una linea assistenziale sbagliate lasciando a secco quelle che funzionano da anni.