Crisi Unicoop: non ce la contano giusta

Premessa: le mie sono impressioni personali, basate su sensazioni sorte nel parlare tra i compaesani di San Vincenzo e di Piombino oltre che  da una certa esperienza in vicende sindacali e politiche.

Credo che nella dinamica della poderosa crisi della cooperativa Unicoop Tirreno siamo ancora nella fase di pretattica, quella fatta di schermaglie per impressionare la controparte, allo scopo di creare un clima di divisione e disorientamento che è la base per far accettare medicine amarissime ma che, una volta bevute, sembrino meno indigeste.

Innanzitutto c’è da dire che la trattativa ancora non è iniziata. La super direzione s’è limitata finora a descrivere una condizione aziendale e finanziaria vicina al collasso e compiere una serie di operazioni che mettono temporaneamente in sicurezza i soldi dei soci-risparmiatori. Quindi la squadra di ferro costituita dai nuovi manager, ha annunciato alla stampa una manovra lacrime e sangue. Ricordiamo qualche cifra: 481 posti fissi di troppo (che corrispondono a oltre 600 persone per effetto dei contratti part time e stagionali), 160 esuberi nella sola sede di Vignale, sei negozi da chiudere, altri quattro da cedere, previsioni in rosso anche per il bilancio 2016 (si parla di oltre 20 milioni) in peggioramento rispetto alle già pesanti perdite degli anni precedenti.

Quali sono gli effetti di questi annunci? I sindacati balbettano, in realtà non sanno cosa dire dopo decenni di sostanziale condiscendenza verso qualsiasi scelta dei vertici aziendali. Questo vale soprattutto per le sigle tradizionali, Cgil-Cisl-Uil. Non è un caso che in Unicoop Tirreno il sindacato Unicobas sia in forte crescita. Ma quel che interessa maggiormente al management della cooperativa sono le ripercussioni che queste notizie hanno avuto sui dipendenti: l’obiettivo è creare un clima del tipo “io speriamo che me la cavo”. Ed è esattamente questo quello che sta prendendo corpo tra i dipendenti.

Lo stesso territorio, inteso come enti locali e forze politiche, sembra assai distratto. Qualche commento di composta preoccupazione e generici impegni a seguire da vicino  la vertenza. In pratica silenzio. Né un Comune né la Regione né tantomeno un ministero hanno convocato presidente e direttore di Unicoop per chiedere spiegazioni,  offrire mediazione, dare suggerimenti.

A questo punto sorge un dubbio: che non ce la raccontino giusta.

Seicento disoccupati in più  in un’area di grave crisi occupazionale come Piombino e Val di Cornia non sono un carico sopportabile e comunque provocherebbero forti ripercussioni anche a livello politico. Nell’immaginario collettivo,  Unicoop Tirreno è associata alla storia di Pci-Pds-Ds-Pd.

Non c’è dubbio che ci saranno alcuni tagli di personale con uscite “soft”, come è certo che la ristrutturazione riguarderà negozi, turni domenicali e festivi, raccolta di finanziamenti e – pesantemente – alcune attività che furono esternalizzate qualche anno fa.

All’orizzonte si intravede però un obiettivo rimasto celato fino ad ora e del quale non parlano né il management né i sindacalisti. Si tratta del contratto integrativo del personale Unicoop, un buon contratto che fa la differenza tra una cassiera della Coop e quella della Conad. Le voci sono molte e varie a secondo delle mansioni e dei livelli dei dipendenti. Non c’è dubbio che riuscire a tagliare quel contratto integrativo significherebbe realizzare in un colpo solo un risparmio consistente.

Provo a fare il conto della serva. In media ogni dipendente Unicoop porta a casa 200 euro lordi al mese grazie al contratto integrativo. I dipendenti attuali sono circa 4500. Il calcolo è presto fatto: sono 900.000 euro al mese di uscite in meno per il personale. Su dodici mensilità sono 10milioni e 800mila euro. Sarebbe un taglio dei costi consistente che può essere messo sul piatto della difesa del posto di lavoro.

Ripeto: queste considerazioni sono frutto di impressioni, ma il silenzio che è caduto su molti aspetti della crisi di questa grande azienda, rende leciti molti interrogativi.