Economia, le proposte di Cottarelli che spaventano i politici

“Dopo aver preso atto della situazione leggendo il suo libro, “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, vorrei chiederle in quale Paese consiglia di emigrare”.
E’ con questa mia battuta, accolta dall’economista Carlo Cottarelli con appena un accenno di sorriso, che si è chiuso l’incontro al Teatro di Verzura di Borgo a Mozzano (Lucca) per la presentazione dell’ultima fatica del professore, per qualche giorno presidente del Consiglio incaricato appena un paio di mesi fa, il quale, con un comportamento esemplare da vero uomo al servizio dello Stato, si è fatto subito da parte non appena c’è stata la possibilità di un governo politico. Un’uscita di scena che non sembra proprio rimpiangere e che forse gli ha fatto tirare un sospiro di sollievo.
Anche perché la medicina che propone per il nostro Paese è amara, difficilmente proponibile da qualunque governo o forza politica che si ponga il problema del consenso e dei voti. Dall’alto della sua preparazione e delle sua esperienza e sulla base di dati difficilmente controvertibili, ma sempre interpretabili, da uomo libero che agisce secondo competenza e coscienza per offrire il frutto del suo lavoro e del suo pensiero a chi volesse fruirne nell’interesse del Paese, in realtà Cottarelli nel suo libro propone possibili soluzioni ai problemi causati dai peccati capitali. Puntano non soltanto sulla rimozione delle cause che portano l’Italia ai primi posti per l’evasione fiscale, la corruzione, l’eccesso di burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud e la difficoltà a convivere con l’euro: i “sette peccati capitali”. Propongono rimedi concreti prima che “uno shock” nell’economia, come lo definisce, faccia ripiombare l’Italia nel baratro.
“Il nostro Paese – dice – è come una casa di vetro piena d’acqua. La struttura tiene, ma basta un sasso lanciato da fuori o anche dall’interno per creare il disastro”. In sostanza, è la sua tesi, in questi ultimi anni qualcosa si è fatto per tenere i conti a posto e limitare l’esposizione ai rischi che comporta il deficit di bilancio, ma non a sufficienza e non quanto hanno fatto altri Paesi, che hanno sfruttato assai di più l’occasione offerta dalla ripresa. In una situazione del genere basta quindi poco perché si verifichi, magari anche da parte della speculazione internazionale, una situazione che ci riporta alle prese con la recessione e lo spread alle stelle.
Camminiamo insomma sul filo del rasoio e anche il solo annuncio più o meno propagandistico di misure che potrebbero mettere a rischio i conti dello Stato, o che in questo modo vengono interpretate dai mercati, possono produrre danni enormi. Non entra nel merito della politica, il professore, ma leggendo il suo libro e ascoltando le sue dichiarazioni che fa nei dibattiti in veste di “predicatore”, si capisce che non ama e giudica deleterie, oggi come ieri, chiunque sia al governo, misure estemporanee che portano benefici minimi e fugaci, quando va bene, e rischiano di produrre contraccolpi seri, o quanto meno rallentano l’opera di risanamento.
In un mondo ideale, fa capire l’economista, si dovrebbe tornare prima di tutto ad una più equa distribuzione del reddito, che riporti potere di acquisto anche alla classe media e alle fasce sociali più disagiate. Una ristretta elite di ricchi con possedimenti enormi non può certo fare acquisti e muovere il mercato più di una moltitudine di gente delle classi medio basse, che dovrebbe tornare a poter spendere di più. Certo è che un obiettivo del genere è perseguibile solo attraverso un sistema di tassazione che davvero sia proporzionale al reddito, come indica la nostra Costituzione.
Se dunque si parla di flat-tax, Cottarelli non pare contrario a prescindere, ma tende a pensare – almeno questa è stata la mia impressione – che a giovarsi della riduzione delle tasse dovrebbero essere in primo luogo i ceti meno abbienti. Con provvedimenti generali e strutturali, non “una tantum” e dettati dalla assoluta impellenza, come potrebbe essere una vera e propria tassa patrimoniale sulle ricchezze private degli italiani. Tra l’altro una scelta del genere metterebbe in seria difficoltà i tanti che non dispongono di risparmi sufficienti a pagare gli importi dovuti in base al valore delle proprietà (immobili in particolare) che hanno.
Quali sono allora le strade che si dovrebbero e potrebbero seguire, per il professore, per porre fine ai guasti prodotti dai sette peccati capitali della nostra economia?
Nel suo libro, le indicazioni sono chiare. In estrema sintesi (ma invito a leggere nel dettaglio le proposte nel libro), se interpreto bene il pensiero di Cottarelli, si parte con una sistematica lotta all’evasione fiscale che deve mettere in rete le banche dati necessarie per controlli certi, abbandonando le misure estemporanee, con condoni più o meno mascherati, e semplificando il sistema di tassazione insieme ai tempi e ai costi per i pagamenti. Per Cottarelli sarebbe anche indispensabile reintrodurre la tassa sulla casa.
Contro la corruzione, accanto al piano nazionale preparato ogni tre anni dall’Anac (l’autorità anticorruzione presieduta da Cantone) ed ai piani ente per ente, con la nomina di responsabili per la prevenzione, servono severi e adeguati strumenti di repressione, compresi processi che si concludano in tempi assai più rapidi di quanto avviene oggi. E un altro aiuto dovrebbe arrivare dalla limitazione della discrezionalità delle pubblica amministrazione.
Contro l’eccesso di burocrazia occorrerebbe poi legiferare solo quando è davvero necessario, riordinando e rendendo più accessibili le leggi esistenti. Altre misure potrebbero essere la riduzione della presenza dello Stato nell’economia e un cambiamento nel sistema degli incentivi per chi opera nella pubblica amministrazione.
Per ridurre quindi i tempi delle inchieste e dei processi, come richiederebbe anche la Costituzione, sarebbe urgente migliorare in modo uniforme l’organizzazione delle attività dei tribunali, alcuni dei quali, come Torino, funzionano bene, altri assai meno. E non solo al Sud. Assicurando un sistema legislativo più semplice e chiaro, bisognerebbe anche proseguire nella specializzazione dei tribunali e individuare le misure per ridurre una litigiosità eccessiva, altro primato negativo del nostro Paese.
Per evitare le pesanti conseguenze di un crollo demografico che, nonostante l’immigrazione, pare ormai costante, si potrebbero poi prendere ad esempio misure (costose), attuate in Svezia e in altri Paesi, in cui si assicurano coperture economiche e servizi a chi decide di fare figli, con reale e sistematico sostegno alle famiglie. Potrebbero aiutare anche pratiche di lavoro più flessibili, che consentano al lavoratore di organizzarsi in modo da poter curare la famiglia.
Restano le questioni del divario tra Nord e Sud e del difficile rapporto con l’euro. Aiuterebbero il Sud a crescere l’aumento di investimenti a fronte di una migliorata efficienza nella loro gestione e soprattutto l’attrazione di investimenti privati, in un contesto che recuperi efficienza amministrativa e organizzativa e debelli la criminalità che si insinua sempre di più nell’economia. Più complesso arrivare ad un miglior rapporto tra gli italiani e l’euro. Uscire dalla moneta unica per Cottarelli comporterebbe rischi serissimi per il Paese, con contraccolpi in particolare sul ceto medio-basso. Ma un sostanziale sostegno per rimanere nell’euro e vivere meglio passa dal recupero di competitività del sistema Paese, che andrebbe favorito risolvendo nel complesso gli altri “peccati capitali”.
Lecita a questo punto la domanda: quale governo, quale forza politica avrebbe il coraggio di mettere a repentaglio il consenso per prendere le misure indicate dall’economista? Non si può non ricordare che la sua relazione con le proposte per la riduzione della spesa pubblica, commissionatagli dal governo Letta, sono rimaste sulla carta, mentre l’economista ha dovuto lasciare l’incarico e tornare al Fondo monetario internazionale.