Emanuele Rossi: “Livorno città indolente, senza più un’anima…”

«Il futuro di Livorno? E’ quello dell’area vasta con Pisa e Lucca. Una grande area metropolitana della costa, in grado di fare sinergie sul piano logistico e dei trasporti (tra porto, aeroporto e interporto) che su quello culturale (a partire dalle istituzioni universitarie), nonché su quello economico e dei servizi (penso ad esempio alla sanità). Quest’area metropolitana avrebbe enormi potenzialità e sarebbe in grado di competere realmente con altre grandi realtà».
E’ quanto sostiene Emanuele Rossi, 57 anni, livornese, docente di diritto costituzionale alla Scuola Sant’Anna di Pisa, di cui dal 2013 è anche pro rettore vicario.

E invece la città da anni è sprofondata in una grave crisi. Al di là delle ragioni economiche e politiche, qual è il male oscuro di Livorno?
E’ diffusa una sostanziale indolenza, legata alla ricerca del vivere bene e del divertimento. A questa si aggiunge un atteggiamento di quasi costante sfiducia e critica, che non consente di sperimentare nuove idee e soluzioni ai gravi problemi esistenti.

Esempio?
La vicenda del nuovo ospedale. E’ vero che si doveva far partecipare di più e meglio la città sull’ubicazione proposta, ma Livorno avrebbe dovuto interrogarsi sulle prospettive positive che esso avrebbe potuto aprire. Invece ci si è concentrati sugli interessi di questo o di quell’altro soggetto, per arrivare alla conclusione che non se ne fa di nulla, e che al suo posto si sta ancora discutendo cosa fare.

Lei, cattolico impegnato, che ruolo vede per la chiesa livornese del dopo Ablondi, l’ex vescovo scomparso nel 2010?
Ablondi era la vera ed unica autorità morale della città, riuscendo anche a coprire le assenze e le fragilità delle altre figure istituzionali. Quello attuale mi pare un rapporto più di tipo propositivo-conflittuale, con frequenti interventi di critica, di denuncia, di stimolo esterno da parte del vescovo nei confronti delle istituzioni pubbliche: in una sostanziale assenza, quando non vero e proprio disinteresse, della comunità ecclesiale rispetto a tale rapporto. Non mi pare che questo nuovo modo di rapportarsi abbia sin qui prodotto risultati significativi, se non aumentare le tendenze contrappositive e il rigurgito di istanze anticlericali mai sopite.

La cultura?
Livorno è sempre stata città molto viva dal punto di vista artistico: teatro, musica, pittura, cinema, ecc. sono state arti assai praticate e diffuse, con risultati complessivi di assoluto rilievo. Tale sensibilità permane. Però mi pare che manchi un “agire comune” intorno ad uno sviluppo culturale della città, un lavorare insieme verso la costruzione di un’identità di città.

A proposito di identità qual è la nuova anima di Livorno?
Personalmente, fatico ad individuarla. Fino a qualche anno fa l’asse economico, basato sul porto e su un tessuto imprenditoriale legato ad alcuni grandi settori, costituiva la base sulla quale era possibile far vivere e crescere un benessere diffuso, e ciò consentiva di mantenere viva la tradizione di accoglienza, di dialogo, di convivenza tra diversi che è nella storia della città.

Oggi invece?
Con il venire meno di quell’asse sopra indicato anche l’anima livornese appena richiamata rischia di compromettersi, mentre non è facile, almeno per me, comprendere con che cosa essa possa essere sostituita.

(Da un’intervista concessami e pubblicata su Toscana 24-Il Sole 24 ore. Che ripropongo per offrire chiavi di lettura della crisi di Livorno)

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