Giani, la Toscana e il caso Torino

Leggo delle ultime battute di campagna elettorale in Emilia Romagna e seguo le vicende toscane con Giani, Rossi, i renziani, gli Articolo1 ed altri ancora. Mi viene in mente il 2016 , quella lezione assai poco studiata e presto archiviata. Furono le elezioni amministrative della grande svolta in tutta Italia, quando centinaia di capoluoghi andarono al voto. Nella mia zona il film ebbe un remake tre anni dopo, a Piombino e Pisa.

Ricordo brevemente cosa accadde nel 2016, ai tempi di Renzi imperante e Grillo-Casaleggio in fase exploit. Su 149 Comuni italiani con più di 15.000 abitanti, ben due terzi delle giunta uscenti furono bocciate e gli elettori scelsero coalizioni nuove. Il cambio di maggioranza fu più frequente in Emilia, Toscana, Umbria e Marche (le cosiddette ex regioni rosse) dove i cambi di maggioranza hanno riguardato il 79% dei Comuni dove si votava. Uno tsunami per il partito democratico.

Renzi disse che erano elezioni locali e che non riguardavano il governo. Più o meno la stessa cosa che dichiarano oggi Conte e Zingaretti in attesa del risultato dell’Emilia Romagna.

Nel 2016 In Toscana, su 6 ballottaggi in comuni sopra i 15.000 abitanti, tutti cambiarono maggioranza: 3 passarono al centrodestra (Grosseto, Montevarchi, Cascina), uno a una lista civica (Sansepolcro), uno a una lista di sinistra (Sesto Fiorentino). Per il Pd toscana fu una tranvata risolta con una scrollata di spalle.

Quattro anni fa pochi si meravigliarono della vittoria della Raggi a Roma. Al contrario fu accolta con generale stupore l’affermazione di Chiara Appendino a Torino.

Il sindaco uscente, Piero Fassino, aveva tutti i crismi dell’amministratore affidabile e bravo: onesto, esperienza nazionale di primo piano, forte legame col territorio, efficiente e, soprattutto, dotato di una visione per il futuro della città. Non c’è osservatore che non riconosca come Fassino abbia governato il difficile passaggio di Torino da città mono-fabbrica a città di rinascita turistica, attrattiva per gli investimenti, capace di organizzare grandi eventi , impegnata nella costruzione di grandi opere infrastrutturali. In poche parole, Torino è stata ben amministrata da un rodato e competente amministratore. Eppure Fassino è stato sconfitto dalla signora nessuno, Appendino.

Sono convinto che ragionare sul caso Torino possa tornare utile anche per chi guarda alla Toscana o all’Emilia Romagna.

La sconfitta del Pd sabaudo mette a nudo una semplice realtà: la città non è più una. Si scopre che accanto alla Torino dei centri di ricerca tecnologici, a quella dei nuovi servizi qualificati e della visione europea, ne vive un’altra (in realtà sono più di una) che ancora non beneficia di quello sviluppo. Lo vedono, lo sentono magnificare ogni giorno, ma – almeno per ora – non ne vengono coinvolti. Anzi, temono di restarne esclusi e, la narrazione che viene fatta delle nuove eccellenze, fa capire che il distacco sta aumentando. Migliaia di famiglie e i giovani figli, sono soltanto spettatori della grande rinascita della Torino del futuro. Non sono famiglie povere, sono lavoratori, impiegati, piccoli professionisti che non rientrano più nella narrazione del futuro fatta dalle elite. Proprio quella entusiastica narrazione delle eccellenze, racconta al contempo la perdita di cittadinanza di ampie fasce di ceti sociali: si conferma una divaricazione crescente tra l’immagine di una città che sta crescendo e la percezione da parte di migliaia di persone di una quotidianità individuale che resta immobile. E’ una dinamica che ha anche una sua definizione in sociologia, la cosiddetta “deprivazione relativa”: l’individuo che si sente privato della possibilità di entrare in un determinato gruppo di riferimento. C’era la Torino che era entrata a pieno titolo nell’era post-industriale, la Torino dei saperi, della grande innovazione, capace di parlare alla pari con Parigi e Londra. E poi il resto della città che vedeva il luccichio di un orizzonte troppo lontano, più un miraggio che una realtà.

A poco vale un campagna elettorale basata sulla meticolosa elencazione delle buone cose fatte. In uno studio redatto dai professori Valbruzzi/Vignati per l’Istituto Cattaneo , calcolano addirittura le percentuali delle argomentazioni usate da Fassino: oltre il 75% fanno riferimento alle buone cose realizzate, allo standard di vita e all’immagine positiva della città. La sua rivale, Appendino, punta tutto sull’ansia di cambiamento, senza entrare nel merito, senza contrapporsi alle singole scelte.

E’ un po’ quello a cui stiamo assistendo in Emilia Romagna in queste ore.

Mi domando se anche nella campagna per le regionali in Toscana si riproporrà lo stesso schema asimmetrico di comunicazione elettorale. Continuità e buon governo contro cambiamento e cacciata delle elite. Una strada che nel recente passato ha portato a ripetute sconfitte.

Nell’avvento di una giunta di destra a Pisa vedo analogie con Torino. Campo dei Miracoli, Normale, Sant’Anna, Cnr, Polo di Navacchio, Cisanello: è la città del sapere, della visione cosmopolita. Mercato delle Vettovaglie, Stazione, Cep, Marina, Riglione, San Giusto: qui vivono anche sacche di povertà (non particolarmente estese), ma nella maggioranza dei casi sono cittadini che hanno lavori regolari, godono dei servizi di alta qualità che trovano, però, nell’altra Pisa. Percepiscono che i loro figli difficilmente potranno migliorare il proprio status, piuttosto temono di peggiorarlo.

I giornali, giustamente, evidenziano gli aspetti innovativi e di alto profilo della città. I cittadini di questa middle class post-moderna, leggono, pensano a quanto è bello, voltano pagina. Per questa generazione, per la maggioranza dei cittadini, non c’è spazio in quella che appare la città proibita.

La politica dell’ex sinistra ha proceduto a una rimozione dal proprio osservatorio di vaste fasce di cittadini. Si notano le emergenze, si guarda a chi precipita nella povertà, agli immigrati. Ma mancano risposte capaci di legare all’innovazione anche quei pezzi di città – che risultano maggioritari – oggi esclusi e che non ne saranno mai protagonisti. Non saremo mai tutti scienziati. Spetta alla politica creare le condizioni perché anche chi non avrà competenze per scrivere un algoritmo diventi “alleato” di chi li elabora, chi non capirà mai niente di astrofisica si senta partecipe di un progetto per lo studio delle onde gravitazionali. Un’opera di inclusione e ricucitura che solo politici illuminati possono fare. L’alternativa è la fine delle città intese come comunità e la ricerca di scorciatoie autoritarie. Su queste cose la destra è molto più brava.