Giornalisti in smart working? No, tra la gente

Tutto sommato sembra che piaccia agli editori, spesso a digiuno di giornalismo, il ricorso allo smart working nelle redazioni. Tanto che si parla di strategie allo studio perché questa modalità diventi permanente anche una volta passata l’emergenza pandemia. Non ci potrebbe essere scelta più sbagliata per la qualità dell’informazione, sia sulla carta stampata che on line e in radio e tv.

 Imprenditori con interessi in altri settori e tentati di utilizzare i giornali che editano soprattutto come strumento di pressione sulla politica e come cassa di risonanza per le loro attività primarie, pensano che l’informazione sia una merce-prodotto come un’altra, e come tale la trattano. Convinti spesso dai loro amministratori, che arrivano da altri comparti e che poco sanno di giornalismo, che l’informazione va trattata come un qualunque prodotto industriale, tagliando i costi e ottimizzando l’organizzazione per ottenere più profitto. O, in parecchi casi, contenere le perdite. Leggendo cosa sta accadendo nel mondo dell’informazione, sembra che a questi amministratori-tagliatori di teste (giornalisti, poligrafici, fotografi e collaboratori, ispettori della diffusione, correttori di bozze) piaccia proprio un sacco l’idea, oltre che di ridurre sempre più gli organici, di far lavorare da casa i giornalisti, rendendo così superflui – sperano – redazioni e uffici di corrispondenza.

 Un’idea che, sono sicuro, avrebbe fatto inorridire direttori come Arrigo Benedetti, Mario Lenzi e altri i quali ci insegnavano che l’informazione e i giornali, su carta o su altre piattaforme, sono un prodotto artigianale, da curare bene giorno per giorno, collettivo e frutto di continuo confronto nelle redazioni. Un prodotto reso utile, se non indispensabile, dalla presenza di cronisti curiosi, ficcanaso, decisi e  capaci di fare vere domande, oltre che di collaboratori e corrispondenti sul territorio, sempre tra la gente. Pronti a recepirne segnalazioni e richieste di aiuto o di verifica nelle situazioni più disparate, purché di interesse pubblico.

 Certo: un prodotto assai costoso. Eppure fonte di reddito e di bilanci attivi, se il risultato di questo lavoro è autorevole, quindi venduto, e per questo in grado di attirare pubblicità a prezzi sempre più remunerativi. Un mondo finito per i costi che oggi sarebbero insostenibili? Per la carta stampata è davvero una sfida ardua. Ma scelte che negli ultimi anni hanno tagliato organici in ogni settore non hanno certo favorito la qualità, l’autorevolezza e la diffusione dei giornali. Tra l’altro alle prese  con la formidabile concorrenza dell’informazione radio e Tv e, ancora di più, di quella on line in tempo reale e spesso gratuita.

 La soluzione perché la carta stampata possa sopravvivere è allora il ricorso ad ulteriori tagli di organici, all’utilizzo di personale sottopagato e a volte poco qualificato per il confezionamento di un prodotto fatto di comunicati e notizie di agenzia che si possono ottenere anche dal remoto, magari facendo a meno di redazioni e uffici di corrispondenza? Chi la pensa in questo modo, si è chiesto quale appeal e autorevolezza, e quindi lettori affezionati, possa avere un’informazione che distingue una testata dall’altra sostanzialmente per qualche titolo a effetto o l’impostazione grafica per collocare e dare notizie, in gran parte le stesse per tutti? Il giornale fatto meglio è quello che fa il titolo più accattivante e ricorre alla grafica di maggiore impatto o quello che ha sue notizie in esclusiva, che propone approfondimenti e inchieste su temi impegnativi e a volte scottanti, senza farsi intimidire o manipolare, che cerca di dare al lettore una informazione che gli può essere utile se non necessaria, che si precipita nei luoghi in cui vengono segnalate notizie e problemi? E se quest’ultima è la risposta, è possibile fare un giornale del genere lavorando in smart-working, soprattutto nel panorama dell’informazione locale?

 Perché mai un lettore dovrebbe spendere un euro o due per acquistare un giornale  che offre, sia pure ben titolate e presentate, notizie e servizi già visti in Tv oppure letti on line il giorno prima? Un giornale che si limita, per oggettiva carenza di organici nelle redazioni e sul territorio, a mettere in pagina sostanzialmente i terrificanti e propagandistici comunicati di uffici stampa di enti, istituzioni e forze politiche? Un giornale che è costretto ad accontentarsi, nei grandi fatti di cronaca, delle conferenze stampa delle forze di polizia senza avere la possibilità di verificare e approfondire?

 Non si può negare, per la carta stampata, la grande difficoltà di coprire le spese e possibilmente fare utili. Ma certamente questi risultati non si ottengono con un prodotto impoverito e allontanato dal territorio, che parla solo del palazzo e non dei problemi della gente comune. Il lettore non fideista lo riconosce subito come strumento portatore di interessi diversi dal fare vera informazione.