Giro d’Italia, un sogno rosa che parla toscano

Alé, ci risiamo! Parte il Giro d’Italia. Nonostante la mancanza di campioni che vanno per la maggiore, nonostante lo stravolgimento dei calendari, nonostante la presenza di sponsor avventurieri, nonostante il rischio di biciclette con un motore nascosto; nonostante soprattutto il fantasma del doping che continua ad aleggiare sul ciclismo come su tante altre discipline… la favola rosa del Giro è ancora bella.
Anche quest’anno sarà tanta la gente ai bordi della strada per veder passare la corsa e la carovana che la precede, e tanti quelli che si piazzeranno davanti al teleschermo per seguire in diretta le fasi della corsa: salite troncagambe, discese spericolate, volate travolgenti, fughe di cento e più chilometri…
Non è il ciclismo di Binda e Guerra, di Coppi e Bartali, di Merckx e Gimondi, di Moser e Saronni, ma sempre ciclismo è, anche se al passaggio del gruppo l’aria non risuona più del fruscio delle ruote ma dei rumori secchi per lo scatto della catena da un pignone all’altro amplificato dal telaio in fibra di carbonio. Biciclette sempre più leggere, sempre più tecnologiche e – per un nostalgico del passato come me – sempre più brutte.
Quando al seguito del Giro c’erano scrittori del calibro di Dino Buzzati e Vasco Pratolini, la bicicletta era il “cavallo d’acciaio” costruito da artigiani sapienti, per la maggior parte italiani. Tutte le squadre nostrane e anche parecchie straniere correvano su biciclette made in Italy, oggi buona parte dei ciclisti italici è in sella a bici fabbricate all’estero (anche questo è un piccolo segnale della crisi da cui non riusciamo a uscire). Le squadre sono distinte in tre fasce – pro-tour, professional e continental – che sono grosso modo la serie A, B e C del ciclismo. In prima fascia c’è solo una formazione italiana (la Lampre, però con bici spagnole) e i nostri ciclisti più importanti, a cominciare da Nibali, militano in squadre straniere.
La Toscana è una delle regioni storiche del ciclismo, patria di corridori illustri. Su tutti Gino Bartali, 124 vittorie in carriera tra cui tre Giri e due Tour de France, il secondo dieci anni dopo il primo nel fatidico 1948 segnato da forti contrapposizioni politiche, con l’attentato a Togliatti e una telefonata (ma qui la storia sconfina nella leggenda) di De Gasperi a Bartali perché vincesse per distogliere gli italiani da una possibile rivolta armata. Una cosa è certa: al comunista toscano non faceva problema tifare per il cattolicissimo Bartali. Sicuramente storiche sono le sue pedalate (da Firenze ad Assisi e anche a Lucca) durante l’occupazione tedesca: con la scusa di allenarsi, Gino recapitava documenti falsificati per mettere in salvo gli ebrei. Ciò gli valse il riconoscimento trai “giusti d’Israele”, il tutto si è saputo solo dopo la sua morte perché Bartali, campione anche di umiltà, affermava che “il bene bisogna farlo senza dirlo”.
Prima di lui, ciclisti toscani famosi furono il fiorentino Pietro Linari, forte su strada e su pista; Raffaele Di Paco di Fauglia in provincia di Pisa, forte in volata soprattutto al Tour, che soleva dire: “chi vuole arriva’ seòndo si metta alla mi’ rota”; Cesare Del Cancia anche lui pisano di Buti, trionfatore in una Milano Sanremo. Trai contemporanei di Bartali, bisogna ricordare almeno il pratese Fiorenzo Magni (detto “leone delle Fiandre” per aver vinto in terra fiamminga per tre anni di seguito) gran lottatore e spericolato velocista primo anche in tre Giri d’Italia, Alfredo Martini di Sesto Fiorentino, che poi fu per molti anni direttore sportivo della squadra nazionale, e Loretto Petrucci di Borgo a Buggiano, uscito rapidamente di scena dopo due trionfi nella Milano – Sanremo.
Della generazione successiva il più forte è stato certamente il mugellano Gastone Nencini (primo sia al Giro che al Tour), sprazzi di classe furono le vittorie del pisano Guido Carlesi detto “Coppino” e dopo di loro un vincente eccezionale è stato Franco Bitossi di Montelupo detto “cuore matto” per un’aritmia cardiaca che non gli impediva di ripartire per vincere 147 corse, tra cui 21 tappe del Giro. Ma forse tanti lo ricordano soprattutto per la sconfitta bruciante al Mondiale di Gap nel ’72, in fuga verso la vittoria fino a pochissimi metri dal traguardo.
Più recenti le volate vincenti di “re leone” Mario Cipollini (lucchese), i trionfi nelle classiche del Nord di Michele Bartoli (pisano di San Giovanni alla Vena) e i due mondiali più un’olimpiade di Paolo Bettini (livornese di Cecina, anzi della California). Oggi il meglio che il ciclismo toscano può offrire è Diego Ulissi (livornese di Donoratico), in cerca di gloria anche in questo Giro. Siamo lontani dalle imprese dei campioni del passato sia lontano che recente.
In mancanza di atleti vincenti, la Toscana si è offerta come terra di adozione di autentici campioni come Francesco Moser che negli anni ’70 iniziò sulle nostre strade una travolgente carriera (tuttora ineguagliato per numero di vittorie, 273 su strada oltre al primato dell’ora in pista). Ed è storia in parte scritta ma con nuovi capitoli da aggiungere l’avventura ciclistica di Vincenzo Nibali, sbocciato in quel di Mastromarco (Pistoia): uno dei pochissimi ciclisti vincitori di Giro, Tour e Vuelta. Quest’anno parte per conquistare la seconda maglia rosa.
Dunque tutti in sella, con tre tappe iniziali in Olanda e poi trasferimento aereo in Calabria per risalire tutta la penisola. Due le tappe in Toscana, sabato 14 maggio ad Arezzo e il giorno dopo 40 km a cronometro nel cuore del Chianti. Ne riparleremo, per adesso auguri di buona strada a tutti gli atleti della carovana!

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