Grandi mostre/ Il ritorno di Peggy

Dopo una pausa, torno a segnalarvi alcune mostre d’arte perché  in questo periodo ci sono un po’ di cose interessanti in Toscana. Partiamo allora dalla grande esposizione appena  inaugurata a Firenze a Palazzo Strozzi,”Da Kandisky a Pollock”, sottotitolo “La grande arte dei Guggenheim”.

In qualche modo possiamo considerarla il ritorno di Peggy nel capoluogo toscano. E’ proprio qui infatti,  addirittura nello stesso palazzo Strozzi – per la precisione nei locali  della cosiddetta “Strozzina” , cioè nei sotterranei dell’edificio – che nel febbraio 1949 la grande mecenate presenta la collezione di opere contemporanee che troverà poi la sua sede definitiva a Venezia (nel palazzo Venier dei Leoni). E naturalmente c’è chi si scandalizza e si arrabbia e chi invece saluta l’esposizione come un grande evento.

 

La mostra ora in corso – cento capolavori di artisti europei e americani tra gli anni Venti e i Sessanta del Novecento – celebra dunque il rapporto con la Toscana ma mette anche  a confronto le scelte di Solomon e di Peggy Guggenheim, zio e nipote, entrambe figure fondamentali nel favorire la diffusione della conoscenza artistica e qualche volta essi stessi “creatori” di personaggi .

 

L’esposizione è articolata in varie sezioni che seguono un percorso più o meno cronologico. La “Curva dominante” di Kandinsky, datata 1936, dallo stesso autore considerato uno dei suoi lavori più significativi del periodo parigino, che fa da apripista al percorso (è anche nella copertina del catalogo e nei manifesti), può essere una specie di simbolo della mostra perché fu acquistato da Peggy e alla fine, dopo una serie di vicende, finì nella galleria newyorchese  di Solomon. Sempre nella prima sala ” Il bacio” di Marx Ernst (che fu marito di Peggy per un paio di anni),  era invece sulla copertina  del catalogo del 1949. E ancora tra le prime opere c’è la bellissima “Donna che cammina” di Alberto Giacometti, ispirata alle statue dell’antico Egitto ma che ha anche qualcosa delle forme stilizzate dei kouroi greci e risente pure della lezione di Rodin.

 

Peggy aveva una vera passione per il surrealismo ma lei sosteneva che amava nello stesso modo l’astrattismo, tanto che all’inaugurazione, nel 1942, della sua galleria/museo “Art of this century” di New York (sulla 57esima Strada),  indossò un orecchino di Tanguy e uno di Calder proprio per dimostrare la sua imparzialità. A Firenze troviamo opere dei maggiori artisti europei della prima metà del Novecento, rappresentativi dunque di tutte le  correnti del periodo, nomi come Jean Arp, Marcel Duchamp, André Masson,  Jean  Dubuffet,  lo stesso Picasso (“Busto di uomo in maglia a righe”), e poi  Paul Delvaux, Yves Tanguy (con una tela un po’ metafisica e inquietante che risente molto di De Chirico), Willem de Kooning.  Tra gli italiani abbiamo Lucio Fontana (di cui  in una delle sali finali  c’è un’opera molto bella del ’65, “Concetto spaziale Attese”), Alberto Burri, Emilio Vedova, Tancredi Parmeggiani, Consagra.

 

Peggy, come scrive il curatore della mostra Luca Massimo Barbero, ha il ruolo importante di traghettare “le avanguardie dell’Europa al nuovo mondo d’oltreoceano e proprio grazie a questo mescolarsi degli spiriti nascerà la nuova arte americana”.

Eccoci quindi a Jackson Pollock, al quale è riservata un’intera stanza con ben 18 opere. Pollock in effetti è una scoperta dell’eccentrica Peggy che lo sostenne a lungo anche economicamente: Jackson faceva il falegname nel museo di Solomon quando lei lo incontrò e in poco tempo lo rese celebre. Qui possiamo seguire il suo percorso dagli esordi più surrealisti fino ai lavori migliori eseguiti con la tecnica del “dripping” che consiste nel  far gocciolare il colore su una tela posta in orizzontale.

 

Un’altra stanza è dedicata alle opere di Alexander Calder, in grado di muoversi senza essere azionate da motori, solo spinte dall’aria grazie ad accurate bilanciature, opere leggere, colorate, divertenti, agili (cosiddette “mobiles”). Molto spazio – con sei tele – anche a Mark Rothko – al quale Peggy Guggenheim dedicò una mostra monografica – e alle sue affascinanti ricerche sul colore.

Si chiude con una gigantesca opera di Roy Lichtenstein del 1968 che ci porta nella Pop art  dal titolo “Preparativi” e che con il tono del fumetto e con colori forti vuol essere una denuncia della guerra in Vietnam.

 

La mostra è aperta tutti i giorni dalle 10 alle 20 (il giovedì 10-23) fino al 24 luglio.