I bimbi-non bimbi di Livorno e le rom nel cassonetto

Solo Lenuca, che aveva sei anni nel 2007, riposa ancora nel cimitero comunale dei Lupi. Le spoglie di Menji, Eva, Danchiu, invece sono state portate dai familiari in Romania. Livorno ricorda a malapena quella notte di agosto, il 10, in cui quattro bambini di etnia rom morirono bruciati nel rogo della loro baracca, causato da delle candele accese, sotto il cavalcavia di Pian di Rota.
La città si accorse di loro dopo la tragedia, bambini senza un volto e dai nomi impronunciabili. Il Comune sospese la festa della città, Effetto Venezia, e si fece carico di ospitare in un campo allestito dalla Protezione Civile centinaia di familiari provenienti da tutta Europa. La Curia, grazie al cuore grande di Monsignor Paolo Razzauti, accolse in Duomo le strazianti esequie in rito ortodosso. Il volontariato, in particolare la SVS dette un enorme supporto.
Ma i cittadini?
La reazione della città fu per molti versi sorprendente per chi conosceva Livorno come una comunità tradizionalmente di sinistra (i grillini erano di là da venire).
Molti dei commercianti del quartiere Venezia protestarono in maniera virulenta contro la sospensione della festa, per il mancato guadagno di una sera. Qualcuno, a chi richiamava a un segno di pietà per dei piccoli innocenti morti in maniera orrenda, si lasciò scappare un “ma non sono bambini, sono rom”.
Il giorno dei funerali pochissimi i livornesi si fecero vedere in Cattedrale, pochissime le saracinesche dei negozi abbassate in segno di lutto.
Il sindaco di allora, Alessandro Cosimi, parlò di spaccatura etica.
E questa “spaccatura” fece sì che la vicenda tenesse banco per molti giorni sulle prime pagine dei giornali, non solo locali, ma nazionali ed internazionali.
E’ un pezzo di storia di Livorno che, purtroppo, merita di essere ricordata, da chi c’era e da chi era troppo piccolo per ricordare.
Per questo non stupisce affatto che due dipendenti della Lidl di Follonica abbiano rinchiuso in questi giorni in un gabbiotto dove sono disposti i cassonetti, due donne rom sorprese a frugare nei rifiuti, abbiano ripreso con il telefonino, fra prese di giro varie, le loro grida disperate, infine postato il tutto sui social, suscitando commenti di una bassezza infinita, il cui succo è: non sono persone, sono rom, meritano di stare nei cassonetti, giusto esporle al pubblico ludibrio. Così come chi affoga al largo di Lampedusa, proprio una persona, nell’immaginario di tanti non è.
E’ abbastanza inutile dare giudizi, ma ciascuno, a mente fredda, può darli.
Per pensare a come fermare, e se è possibile fermarla, la pericolosa deriva culturale, etica e sociale, che attraversa il nostro Paese. Dove si invocano le ruspe per i campi rom, e non ci si fa più caso, dove ci si entusiasma per i “banchetti” che si fanno i pesci ogni volta che vicino alle nostre coste si rovescia un barcone di profughi.
Non ho ricette, e mi piacerebbe tanto averle, se non l’indignazione, e l’impegno personale, ad andare controcorrente.