I bulli sono come i mafiosi: lezione dell’agente della scorta di Falcone

Probabilmente non ci avrete mai pensato, ma c’é una matrice comune che plasma i picciotti di Riina e Provenzano e i bulletti delle nostre scuole medie. Lo spiega ai ragazzi di Donoratico e San Vincenzo un signore di mezza età, Angelo Corbo, pensionato da qualche mese, per più di trent’anni poliziotto ma da quasi 26 vive da sopravvissuto. Lui era nell’auto che seguiva quella di Giovanni Falcone la mattina a Capaci, faceva la scorta al magistrato. Nelle prime due vetture morirono tutti, invece Angelo Corbo e i suoi compagni di pattuglia furono scaraventati a sei metri di altezza, precipitarono al suolo, uscirono dall’abitacolo feriti ma ancora coscienti e con le armi in pugno si misero in posizione di difesa intorno alla Fiat Croma dove il magistrato e sua moglie stavano morendo. “Facemmo il nostro dovere – racconta agli studenti – pur sapendo che quelli, i mafiosi, ci stavano guardando e valutando gli effetti dell’attentato”. 

Il “sopravvissuto” (invitato a San Vincenzo da Libera, qui la loro pagina FB) non si sofferma più di tanto sull’atrocità di quei momenti. Descrive invece con dovizia di particolari di quando lui, quattordicenne,  fu vittima dei bulli nella sua scuola, ricorda la paura ed entrare in classe, la vergogna che gli impedì di confidarsi col preside o coi genitori, come finì per non andare più a lezione preferendo fare forca e che, alla fine, fu bocciato per le troppe assenze. Dovette ripetere l’anno allo stesso modo del bullo che lo perseguitava, ancora una volta insieme nella stessa aula. “Potrebbe sembrare una scelta sbagliata – spiega Corbo – invece accadde che il bulletto, rimasto senza la cerchia di amici e sostenitori, cambiò atteggiamento. Da soli i bulli come i mafiosi perdono la loro forza. I bulli sono mafiosi perché agiscono allo stesso modo: prendono di mira uno più debole e ne fanno la loro vittima. La mafia odia la scuola, vuole che le persone siano ignoranti, non conoscano, non si informino, non sappiano parlare”. 
 
I ragazzi delle medie di Donoratico e San Vincenzo ascoltano con attenzione il racconto e quando chiedono “perché”, perché mai un giovane palermitano come lui abbia scelto di fare la scorta a un magistrato che sapeva d’essere – per sua stessa definizione –  “un morto che cammina”, Angelo Corbo risponde semplicemente che “sono di Palermo, sono nato respirando l’odore malsano dell’illegalità, in una città nella quale neppure si poteva parlare di mafia. Ma poi arrivò un giudice di nome Chinnici che venne ammazzato perché creò il pool antimafia e al suo posto arrivò Caponnetto.  Lui continua sulla stessa strada e col maxiprocesso porta alla sbarra 535 mafiosi, una cosa mai vista, una vittoria importantissima. Si capisce che qualcosa sta cambiando. Così io, perito tecnico, decido di fare u’ sbirru, di stare con questi uomini. E quando mi dicono di entrare nella scorta di Giovanni Falcone lo considero un onore anche se ne parlai solo con mia moglie e non dissi nulla a mia madre per non farla preoccupare”. 
 
Per anni Angelo Corbo non ce l’ha fatta a parlare della sua storia e solo l’anno scorso è riuscito ad abbracciare gli orfani dei colleghi morti nella pattuglia che apriva il corteo della scorta: “Non sapevo cosa dire, mi sentivo in colpa di essere sopravvissuto. Ma parlare è importante, tenere vigili le coscienze è vitale. Lo è  anche qui, in questa zona della Toscana dove la mafia è radicata come mostrano i sequestri di beni”.