I falsificatori del vino pregiato in servizio permanente effettivo

Ci risiamo. Come il ciclo delle stagioni, torna d’attualità il tema della contraffazione dei vini pregiati. E’ notizia recente che falsificando bottiglia ed etichetta, sono riusciti a smerciare false bottiglie di Sassicaia e di Brunello di Montalcino, per invadere i mercati esteri con le nostre – in tal caso adulterate – eccellenze agro-alimentari. Succede spesso, ma ogni volta pare che faccia notizia. Succede tanto spesso, ad esempio, che già dal 2001 la società Solvay –  insediatasi a Rosignano agli inizi ‘900 – incaricò la Vetreria Etrusca di Empoli di realizzare una bottiglia bordolese con impresso il marchio Bolgheri, facendone dono al consorzio Doc. Fu il Consorzio di Bolgheri a mobilitarsi dopo le smercio, particolarmente florido negli Stati Uniti, di bottiglie contraffatte di Sassicaia, che portò a una secca perdita d’immagine del rosso simbolo della riscossa enologica italiana dopo i giorni cupi dello scandalo dei vini al metanolo. Fu un’operazione improntata alla reciproca convenienza: la multinazionale belga aveva bisogno di scrollarsi di dosso l’immagine di azienda chimica che provoca inquinamento; il consorzio aveva bisogno di un marchingegno che in qualche modo tutelasse la tipicità e il reddito dei produttori. Così Solvay fece realizzare un primo stock di bottiglie e provvide a regalare il copyright ai bolgheresi.

In aggiunta va ricordato che solo pochi anni fa il Consorzio Doc di Montalcino si trovò di fronte a un’autentica bufera per i Brunelli realizzati con l’aggiunta di varietà diverse dal sangiovese, il vitigno che secondo il disciplinare va usato al 100% nella vinificazione del Brunello. Non di rado capitava che qualche sommelier, o qualche sacerdote del vino, si versasse nel calice quel rosso impenetrabile e (con enfasi) dicesse: “Mai assaggiato un Brunello buono come questo. Non sembra neppure sangiovese”.  A quel punto fioccarono premi a non finire, con le guide che esaltavano l’eccellenza del Brunello e l’export verso l’estero che cresceva anno dopo anno a doppia cifra. In questo caso i responsabili furono alcuni produttori: siccome agli americani piacciono i vini muscolari che tingono il bicchiere, provarono a dare un po’ di plasma all’immenso sangiovese che cresce da quelle parti, finendo per fare dei Supertuscans anziché dei Brunelli. Smaltito lo scandalo, il Brunello con solo sangiovese continua a essere uno dei rossi più buoni al mondo: le sue quotazioni sono salite, come pure i prezzi a bottiglia. Da qui la contraffazione: vino sfuso in bottiglie bordolesi dalle etichette clonate e perfette, non distinguibili da quelle vere.

Beninteso, non è che falsifichino esclusivamente i vini toscani. Solo che da queste parti si producono alcuni dei rossi più blasonati – e cari – al mondo. Non esiste convenienza a falsificare un’etichetta che si trova, sullo scaffale, a 10 euro; viceversa le bottiglie che si acquistano dai cento euro in su, che hanno un solido mercato all’estero e che spesso sono esaurite già durante la vendita “en primeur”, sono prede ambite per i falsificatori seriali. Quindi se certi vini costassero di meno, non ci sarebbe alcun interesse a falsificarli.

Affermare che la falsificazione è direttamente proporzionale al successo sui mercati, sarebbe riduttivo, ingiusto e anche provocatorio. Certo è che la falsificazione è una conseguenza indiretta, accessoria, al divario tra la domanda (alta) e l’offerta (limitata). E’ un po’ come succede nella moda: il capo di alta sartoria non è certamente acquistabile a poche decine di euro, come le borse di marche blasonate, i giubbotti da motociclista o i Rolex.

C’è un antidoto per i consumatori, in quest’epoca 2.0 in cui il vero e il verosimile si confondono senza differenze apparenti e dove tutti appare riproducibile, addirittura clonabile? No, non esiste un antidoto. Almeno, non esiste antidoto diverso dal buonsenso: il prodotto a basso prezzo può non essere vero, ma solo somigliante al vero. Dentro alle bottiglie di Sassicaia contraffatte c’è finito del vino e non una miscela qualsiasi; come, a suo tempo, dentro a quelle di Brunello ci saranno finiti merlot o cabernet.  Però, certo, il buonsenso dice che se si deve acquistare una bottiglia di vino pregiato, bisogna farlo nei luoghi abilitati alla vendita, seri e conosciuti. Se vogliamo è l’abc, ma l’acquirente avveduto non può fare a meno di questa regola basilare.

Quanto al gusto, eviterei di farci affidamento: solo i più esperti – e sono pochissimi, dei veri fuoriclasse – sanno distinguere l’etichetta autentica da quella finta. Basti pensare che una volta, alla blasonata scuola enologica di Bordeaux, agli allievi fu spacciato per grand cru acqua colorata come fosse vino, addizionata di aromatizzanti. Ebbene, nessuno riuscì a capire che non si trattava di vino. Erano studenti, d’accordo, però ormai avvezzi alla degustazione. Trassero tutti una lezione: si diventa “master of wine” dosando bene umiltà e diffidenza. E’ una lezione perennemente valida, soprattutto ora che i confini tra vero e falso sono più labili e invisibili di sempre.