Il caso Sarri, ovvero se Bukowski avesse giocato al calcio

La rabbia gli ha messo in bocca l’insulto: “Finocchio, frocio…” L’invettiva ha tradito il pensiero, perché Maurizio Sarri forse non avrebbe voluto offendere Roberto Mancini che del resto non stava protestando contro di lui, ma contro gli arbitri che avevano concesso cinque minuti di recupero, troppi, secondo l’allenatore dell’Inter. Ma Sarri è fatto così, quando gli si chiude la vena – e per fortuna accade raramente – le parole gli fuggono via per sentieri nascosti.

Sarri, 57 anni, allenatore del Napoli è proprio un personaggio dell'”altra Toscana”, quella che lavora, che non si appiattisce sui luoghi comuni e evita la retorica politicamente corretta del “volemose bene”. Quella Toscana felix e comunista, la regione delle mille contraddizioni che ha sempre incartato e intrigato gli analisti della politica e della società, quelli abituati agli schemi facili e manichei. Sarri è un uomo del calcio professionistico che legge Fante, Llosa e Bukowski, rifiuta la camicia, per non parlare della cravatta, guadagna milioni di euro e vota a sinistra, ma non per Renzi: “Lui è di Rignano, a due passi da casa mia, ma fa le stesse cose di Berlusconi, ha cancellato l’articolo 18, mio padre era un operaio e mio nonno un partigiano. Come posso andare d’accordo con Renzi?”.

Il personaggio legge, studia, ha giocato a calcio fin da ragazzo ma al tempo stesso fuma una sigaretta dopo l’altra. Cominciò a fare l’allenatore a 16 anni, giocava negli allievi del Figline. Il trainer, in rotta, con la società, non si presentò al campo. Sarri prese in mano la situazione: “Nominai l’autista dirigente accompagnatore, feci la formazione e giocai anch’io. Vincemmo. Il giorno dopo l’allenatore tornò. Disse: Ho ritirato le dimissioni, l’ho fatto per voi, che siete i miei ragazzi”.

Nel mondo di Sarri, invece, non ci sono ipocrisie e blandizie. C’è, però, una componente culturale misogina, quel maschilismo che negli spogliatoi si respira insieme all’odore dello spirito canforato per i massaggi. Non si salva nessuno, anche se la sera prima di addormentarti hai letto qualche pagina di Kundera o qualche verso della Merini, anche se prima di allenare hai fatto l’impiegato, addetto alle transazioni, del Monte dei Paschi. Ci cascano tutti, con una naturalezza e una superficialità che contagia anche i più accorti. Il presidente federale Tavecchio, quando gli domandarono se era gay, rispose candido: “No, sono normalissimo…”. L’ex presidente della Lega dilettanti Felice Belloli, se la prese per i finanziamenti al calcio femminile, “soldi a quattro lesbiche…”. Il più avveduto Marcello Lippi disse di non aver conosciuto omosessuali nel mondo del pallone e aggiunse che se ne avesse conosciuto uno gli avrebbe consigliato di non rivelarlo.

Antonio Cassano, che la vita l’ha imparata nei vicoli della vecchia Bari. fece l’ennesimo dribbling: “Se ci sono gay è un problema loro”.

Zlata Ibrahimovic, da quello zingarone che è (sia detto senza nessuna discriminazione verso i nomadi) a un giornalista che gli chiese del taglio sul volto, rispose: “Chiedilo a tua moglie…” Per non dire di quando, sorpreso in atteggiamento intimo con il giocatore del Barcellona Piquet, la risolse invitando l’interlocutore a presentargli sua sorella…

La gente del calcio, su questo argomento, scivola come sul ghiaccio. Joseph Blatter, presidente Uefa, disse che ai mondiali del Qatar i tifosi gay non avrebbero avuto problemi, a patto si fossero astenuti da attività sessuali. A forza di considerare l’omosessualità incompatibile con il calcio, qualcuno si è anche slanciato oltre. Luciano Moggi disse che non avrebbe mai acquistato un calciatore gay perché bisogna fare la doccia tutti insieme, nudi”.

Eziolino Capuano, trainer dell’Arezzo, dopo una partita persa a Alessandria, si infuriò con i suoi giocatori: “Posso accettare di perdere, però in campo le checche non vanno bene”.

Sarri ha anche un precedente poco favorevole. Dopo l’espulsione del suo giocatore Mario Rui (Varese-Empoli) se la prese con l’arbitro: “Il calcio è diventato uno sport per froci…”.  Perché anche lui, che ha meno di altri colleghi problemi di comunicazione, qualche volta non riesce a trattenersi: “Ho un carattere forte – si scusò – e devo imparare a dosare la rabbia”. Una rabbia che non esce dal recinto della volgarità: “Una volta ho perso con la Juve perché un mio giocatore in barriera non saltò sulla punizione di Pirlo. Ho tirato due bestemmioni e poi gli ho dato una pacca sulla spalla”.

Il moccolo, l’insulto e la volgarità, spesso confinata nella cucina sessista. Ci stanno dentro tutti, a cominciare dai giornalisti sportivi, che ancora oggi esaltano il “gioco maschio” e sottolineano, con forbito tecnicismo, che “il calcio è sport di contatto, non da signorine”. L’universo della parola, del resto, ha la sua galassia di allusioni scorrette. I telecronisti si affannano a spiegare una sconfitta o un gol sbagliato per “la mancanza di cattiveria”. Sono quasi tutti figli o nipoti (professionalmente) di quel Nicolò Carosio che durante un’Italia-Inghilterra, sbottò in diretta contro un assistente dell’arbitro: “Ma cosa sventola quel negraccio…”

Sarri è bravo, colto, intelligente e anche diverso dalla media dei suoi colleghi. Ma nuota in quel mare. A lui però si può concedere qualche giustificazione in meno. Uno dei suoi autori preferiti, Charles Bukowski, disse una volta: “Tutti hanno paura di essere culi, sarebbe meglio diventassimo tutti culi e ci mettessimo buoni…”

Dai Maurizio, cerca almeno di stare buono.

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