Il manifesto dei 20 per lanciare Piombino laboratorio culturale

Rossano Pazzagli

Il 2 giugno scorso, nel giorno della Festa della Repubblica, venti figure rappresentative del mondo culturale piombinese hanno lanciato un appello per la rinascita della cultura, non solo per il suo valore universale, ma anche come leva strategica per un rilancio della città e del territorio (Il Tirreno, 3 giugno 2020). A lungo città-fabbrica e centro di vita operaia, negli ultimi decenni Piombino si è trovata immersa in una crisi industriale dall’esito non ancora prevedibile, colpita nella sua stessa identità e spinta alla ricerca di qualcos’altro. In questa ricerca, diventata a tratti spasmodica, ci si è affidati alla politica, dimenticando che prima serve la cultura: un lavoro culturale che deve precedere quello politico, alimentarlo, contaminarlo… non viceversa, come purtroppo è avvenuto. 

Nel ‘900 Piombino era una città moderna, il luogo degli acciai speciali che si proiettava sul mare e attraeva lavoratori dal territorio circostante, dall’intera Val di Cornia e da una vasta porzione di Toscana costiera e metallifera. È stato un paesaggio di lavoro e di lotta, una piccola Manchester di Maremma, simbolo di modernità, occasione di benessere e di vitalità culturale. Ce lo ricordano gli studi di importanti storici piombinesi dell’età moderna e contemporanea come Ivan Tognarini, Paolo Favilli, Franco Angiolini e altri cresciuti nel clima culturale della Piombino industriale, nel suo liceo e nei suoi circoli. Anche altri noti storici hanno studiato e raccontato la vita economica, sociale e politica di Piombino: da Giorgio Mori a Michele Lungonelli a Franco Amatori. Era un luogo vivo, pervaso da una cultura intesa in senso antropologico, cioè non solo come espressione intellettuale ma come civiltà e patrimonio collettivo riguardante l’insieme dei comportamenti umani. Chi ha avuto vent’anni negli anni ’60 e ’70 sa che si andava a Piombino perché lì “c’era un po’ di vita” (come ricordava Cassola in Una relazione), perché c’era la passeggiata, c’erano i cinema, il teatro, il Circolo delle Acciaierie, la libreria La Bancarella come spazio di incontro e di creatività culturale, si organizzavano qualificati cicli culturali alla portata di tutti (era il tempo di “10 film, 1000 lire”, ad esempio). Io stesso da ragazzo ho visto lì tutto Altman, Woody Allen, Visconti… ma anche ascoltato Gaber, Lucio Dalla, le opere di Ronconi o di Strehler. Erano attivi cantautori e nascevano formazioni musicali come i Lucky Strike, gli Slenders, le Stars…, il teatro viveva una stagione effervescente (sul finire degli anni ’70 nacque il Teatro dell’Aglio, che era un’avanguardia), non mancavano altre diffuse espressioni artistiche e letterarie di varia natura, dai giornali alla poesia (“Venne maggio”, “Il Punto”, “Dietro lo specchio”…, ma sono solo alcuni). Tante cose, aggreganti e comunicanti. Ora Piombino è la città dell’incertezza, preoccupata e stanca, stretta tra illusioni e attese salvifiche. 

Andiamo per immagini, che è più facile. Gli artisti, come i poeti, vedono le cose prima degli altri: prima degli studiosi e molto prima dei politici. Negli anni ’70 Pino Bertelli e Renzo Chini fotografavano e giravano documentari e cortometraggi in super 8 con una visione critica dal punto di vista socio-culturale. Si pensi a Ritratti piombinesi, volume dello stesso Chini, che era stato in contatto con importanti figure del mondo della fotografia e del cinema come Ando Gilardi e Cesare Zavattini; ma anche al più recente libro di Bertelli Gente della città del ferro 1970-2014, un racconto per immagini della fase matura della città industriale e del suo declino, profili storici attraverso la fotografia restituiti anche in Mezzo secolo di fotografia da Pulvio Lepri, protagonista anch’egli della fotografia industriale in Italia. Possiamo sfogliare anche altri libri, come quello di Romano Favilli Un fotografo, una città o, per cambiare supporto, le fotografie che Domenico Finno posta di frequente sulla rete, come anche le opere di Romano Guantini, Renzo Mezzacapo, Maribruna Toni – artisti che sono stati anche scrittori e poeti – fino al più giovane Riccardo Pocci, che in qualche modo hanno sviluppato pittoricamente il tema della fabbrica; o richiamare le performance irriverenti di Stefano Fontana o ancora le fotografie di Riccardo Del Fa che ci parlano di una città assediata dalla fabbrica e dal mare – sono parole sue – dove lo sguardo si perdeva nelle galassie dense dei fumi delle ciminiere oppure nelle impalpabili lontananze marine. Quelli erano pure gli anni di Enzo della Monica, anche lui maestro di fotografia civile formatosi nel dopoguerra con il cinema neorealista accostato alla gente semplice, amico di Luciano Tovoli, di Chini e di Bertelli; lo stesso tempo di Gias Carobbi, che aveva allestito nella sua bottega di barbiere la camera oscura per la stampa delle fotografie in bianco e nero di una città che tendeva al grigio, pur essendo circondata dai colori vivi del mare e della Maremma. Quella espressa dalle immagini era una cultura alta e popolare allo stesso tempo.

Due anni fa “Faccia a faccia”, una grande mostra di immagini tratte dagli archivi industriali delle tre grandi aziende piombinesi – Magona, Acciaierie e Dalmine – ha rimesso la città allo specchio con la possibilità di osservare in differita le sue espressioni, i suoi volti, le sue abitudini; questo progetto della Fondazione Dalmine e dell’Archivio storico comunale è stata una delle più importanti manifestazioni culturali degli ultimi anni, producendo sette album con immagini di vita sociale e culturale del ‘900. 

Piombino ha una bella storia che non può finire male. La sua cultura non è del tutto spenta, somiglia a un fiume carsico che può riemergere in forme nuove. A volte ci si accorge dell’importanza delle cose quando non ci sono più, o mentre volgono al tramonto. Allora il loro ricordo diventa un’icona, come un’ancora di salvezza nel mare in tempesta, e la loro rievocazione tende al mito della bella età perduta. Eppure, la fine di qualcosa può essere concepita anche, più arditamente, come la radice del futuro, l’occasione su cui costruire uno scenario nuovo, alimentare un sentimento inquieto di rinascita anziché quello rassegnato della nostalgia. Piombino è stato per oltre un secolo uno dei luoghi più importanti della storia industriale italiana. Una storia che per certi versi affonda nella lunga tradizione metallurgica e mineraria della Maremma e dell’Isola d’Elba, ma che nella sua forma moderna iniziò nella seconda metà dell’800, prima timidamente, poi in maniera sempre più accelerata fino a generare la città-fabbrica novecentesca: una granitica certezza, quasi un modello di vita per tanti giovani che dagli anni ’50 in poi cominciarono ad abbandonare le campagne e i paesi dell’interno per venire a Piombino: a lavorarci, ma spesso anche ad abitarci, a studiarci, a viverci.

Fin dall’epoca della prima industrializzazione, i fumi delle ciminiere sono stati il simbolo della città industriale, di un paesaggio fisico e sociale. Poi sono diventati l’espressione più visibile dell’inquinamento e della questione ambientale. Con la loro imponenza e la loro costanza essi hanno rappresentato anche la metafora di un offuscamento, di un annebbiamento della vista che nella seconda metà del ‘900 ha eclissato il territorio, relegandolo a residuo, contorno, periferia. Si vedeva solo l’industria e il resto – dai paesi alle campagne dei dintorni – continuava a vivere quasi esclusivamente in funzione di essa, con il lavoro, le opportunità e i servizi concentrati nella città-fabbrica. 

Il fumo è pane, si è detto a lungo. Una cappa uniforme che ha prodotto un senso comune diffuso, quasi un’omologazione dei comportamenti e degli stili di vita, delle idee, limitando al massimo le eccentricità, le eccezioni; anche quando c’erano, queste  restavano appunto tali: difformità, eccezioni, casi particolari. Un’identità un po’ monotona e stereotipata che sembra trapelare dagli scatti dei fotografi, come dalle riprese cinematografiche di Paolo Virzì, o del recente documentario di Guido Morandini prodotto da Rai5 (che però si lancia già oltre, restituendo la città al mare e provando a far rivivere l’altoforno come spazio artistico) o, ancora, nei romanzi di Silvia Avallone e di Gordiano Lupi. Immagini, appunto. La bella vita, come anche Acciaio – un film e un libro che hanno dato a Piombino una vetrina più ampia – erano già riferiti al periodo della crisi, agli albori di un’età postindustriale in cui la città stava precipitando. Ma era una omologazione che produceva eccezioni, iniziative e talenti apprezzati più fuori che in patria: qui l’elenco sarebbe lungo, ma per restare alle arti visive si pensi al Gruppo di Piombino che negli anni ’80 divenne una corrente artistica italiana approdando alla Biennale di Venezia, al recupero di Simonetta Cattaneo modella “piombinese” del Botticelli, per opera dello storico Ivan Tognarini e poi confluito in un libro a fumetti, ancora prodotto dall’Archivio storico, con le parole di Monica Pierulivo e i coinvolgenti disegni di Massimo Panicucci. Uno spunto rinascimentale che nella mappa della cultura piombinese contemporanea tocca il suo apice con lo storico dell’arte Antonio Natali, per un decennio direttore della Galleria degli Uffizi. Molte di queste cose riguardanti il cinema e la letteratura riemergono oggi nella costante attività critica di Fabio Canessa.

Tuttavia, pur con lodevoli eccezioni, della cultura piombinese degli ultimi decenni restano lampi, guizzi, oggetti senza sfondo. Servono levatrici per far partorire il fiume carsico. Le immagini suggeriscono una traiettoria, una parabola che passa per la fase dell’orgoglio operaio e poi si scolora in quella della sfiducia e dello spaesamento. Le immagini di Bertelli, Lepri e Favilli, in particolare, evidenziano la potenza estetica degli impianti industriali e poi il loro ingombro, la perdita di virilità di un luogo, le inquietudini delle donne, dei giovani e dei migranti che nel nuovo secolo vanno sostituendo gli sguardi sicuri degli operai anni ‘70.

Oggi che i fumi delle industrie si sono diradati, fino a scomparire del tutto, ci si è accorti che esiste un intorno fatto di molte cose: la campagna, il mare, i centri storici, l’agricoltura, il turismo, una comunità viva e operosa anche senza il traino rassicurante della grande industria che tutto attraeva e tutto ordinava. I fumi si sono dileguati ed è più facile scorgere cosa c’è sotto. È più facile, forse, ripensare anche a quello che è stato: le ricerche, le fotografie, i romanzi, le opere d’arte, i film ridanno vita a quella fabbrica immobile, all’altoforno spento, alle ciminiere che non fumano più, alle notti più quiete, prive degli striduli lamenti dello “stabilimento”, ma più cupe nell’animo dei piombinesi e di tutti coloro per i quali Piombino aveva rappresentato un punto d’arrivo. Non si tratta, scorrendo le immagini, di riandare a un mondo perduto verso il quale nutrire sentimenti di rimpianto, e neanche di indugiare sul valore documentario del lavoro del fotografo e dello storico; emerge piuttosto la narrazione estetica di una Piombino che non c’è più, il gusto per la lotta e la partecipazione a una storia viva, l’inquietudine del passaggio dalla città industriale a quella non ancora postindustriale, l’accento su un patrimonio di impianti, di gesti e di abitudini che diventa archeologia industriale (avrebbero cominciato a parlarne Ivan Tognarini e Vittorio Pineschi tra anni ’80 e ’90), storia che diventa speranza, l’invito a una scossa. La scossa non può darla la politica da sola, ma instradata dalla letteratura, dal cinema, dall’arte. L’orgoglio del passato come risorsa per un futuro necessariamente diverso. L’incertezza, allora, può diventare un valore, il crogiuolo di una nuova città. Può essere la Piombino di oggi un laboratorio culturale di idee e di proposte, di visioni strategiche e alternative al modello capitalistico e industriale che l’ha guidata fin qui? 

Il manifesto dei 20 coglie bene questa parabola. Lanciato da artisti ed esponenti dei vari settori della cultura cittadina, studiosi e docenti vecchi e giovani, aperto all’adesione di tutti (culturapiombinese@gmail.com), esso invita ad aprire un dibattito e a costruire una mappa culturale della città e del territorio. Una mappa diacronica e attuale dalla quale ripartire in una fase in cui la cultura – quando c’è – appare frammentata e individualizzata, trascurata, ridotta ad evento e ancella del turismo, schiacciata da una visione economica e quantitativa che anche la pandemia ha reso ormai obsoleta. Il lavoro culturale è prima di tutto crescita civile e riscatto sociale, è critica e ricerca del nuovo partendo dalla conoscenza di quello che è stato, è fondamento di futuro. La cultura è, dovrebbe essere, un bene comune.

Rossano Pazzagli è docente universitario e autore di saggi sulla storia delle tradizioni contadine