Il miracolo scientifico della resurrezione del Trionfo della Morte

Quest’anno San Ranieri  ci ha riportato gli affreschi. Li  ha lasciati nella grande galleria del Camposanto monumentale della piazza del Duomo,  esattamente dove si trovavano quando furono dipinti. 

Il Camposanto dopo l’incendio del 1944

Il terribile incendio del 1944, provocato da un bombardamento dell’artiglieria americana che fronteggiava la resistenza tedesca, li aveva seriamente danneggiati costringendo alla loro rimozione. Le fiamme divamparono tre giorni e tre notti, il piombo del tetto colò ovunque coprendo sculture e portando via per sempre 500 metri quadrati di immagini.

Gli altri  1500 metri quadrati di pittura furono profondamente offesi dal fuoco, ma l’Opera della Primaziale non si è mai arresa alla loro perdita. Oggi, dopo oltre 70 anni di restauri, il ‘Pantheon pisano’ torna al suo posto e lo fa proprio a giugno, mese dedicato a  San Ranieri, patrono di Pisa. Solo da pochi giorni, infatti,  la grande eredità artistica è tornata ad essere patrimonio del mondo grazie a un recupero che può essere definito storico. «Questo restauro è stato un intervento sapiente e delicato, una magna impresa che ha coinvolto i più grandi restauratori e i più grandi storici dell’arte», ha commentato il professor Antonio Paolucci a cui nel 2009 venne affidata la direzione dei lavori. «Non si può affermare che il Camposanto pisano sia tornato all’antico splendore, perché i danni furono enormi, ma è giusto dire che l’ultima ferita della guerra è stata risolta. Un risultato di cui tutti noi dobbiamo andare giustamente orgogliosi».

L’ultimo affresco recuperato e già ricollocato accanto agli altri nella galleria, è il magnifico Trionfo della Morte, attribuito a Buonamico Buffalmacco, pittore nato a Firenze, ma girovago e dissidente rispetto agli insegnamenti di Giotto, che spesso ci colpisce per la sua ironia e ‘impertinenza’.

Il Trionfo della Morte

Un particolare del Trionfo della Morte

Per lungo tempo abbiamo conosciuto Buffalmacco solo come il compagno di Bruno e Calandrino nelle novelle del Decamerone. Ma  in un libro pubblicato nel 1974  lo storico dell’arte Luciano Bellosi ha ricostruito le sue tracce, che lo portano fino al Camposanto pisano, di cui è stato autore di un intero ciclo pittorico (Giudizio Universale, Inferno, Tebaide, Resurrezione, Verifica delle stimmate, Ascensione) , oggi  interamente restaurato. Il Trionfo della morte resta forse il suo capolavoro più famoso. Ci racconta l’inesorabile lavoro di quella energica figura alata munita di una grande falce che usa contro tutti e tutte, senza distinzione, perché per lei, la Signora Morte, tutti gli uomini sono uguali, anche quelli belli, ricchi e felici. Così nel dipinto succede che durante una battuta di caccia  un’allegra compagnia di uomini e donne di alto ceto si trovi improvvisamente davanti a tre bare aperte, dove ci sono altrettanti morti in diversi stadi di decomposizione: il primo gonfio, ma ancora intatto, il secondo ormai quasi mummificato, il terzo già ridotto ad uno scheletro. Il messaggio è potente e le signore si turbano, i cavalli scalpitano, i cavalieri si tappano il naso per non sentire il cattivo odore. Nel centro dell’affresco troviamo la Grande falciatrice alata, intenta  a togliere la vita a Papi, cardinali, vescovi e gran signori, mentre i poveri e gli straccioni la chiamano e la  implorano perché metta fine alla loro esistenza di stenti. Su un altro livello della pittura Buffalmacco ci mostra  gli eremiti  intenti a pregare in solitudine, invitando a riflettere sulla caducità della vita. 

Un altro particolare dell’affresco

Essendo all’interno di un camposanto, ancorché destinato agli esponenti pisani delle classi più elevate, tutto l’apparato iconografico doveva essere legato al tema della morte. Così altri personaggi nel Giudizio Universale, tornato sulla parete del Camposanto un anno fa, ammoniscono i visitatori sulle aspettative di coloro che conducono un’esistenza al di fuori dalla legge divina. «Guardate i volti dei beati e dei dannati. Nonostante il fuoco e grazie al restauro questi sono ancora perfettamente leggibili e ci parlano come Dante nella Divina Commedia», commenta il professor Paolucci. «Guardate i volti di quegli uomini e vi leggerete lo stupore, il terrore, l’ira, la paura, la compassione; tutte le sfumature delle emozioni sono lì, vivono ancora, e in queste possiamo riconoscerci anche noi, uomini e donne del XXI secolo».

E’ un’antologia della pittura toscana del Trecento e del Quattrocento quella che si svela ai nostri occhi sotto i grandi loggiati del Camposanto monumentale pisano. Oltre a Buffalmacco altri grandi artisti come Francesco Traini, Taddeo Gaddi, Spinello Aretino e Benozzo Gozzoli lasciarono importanti testimonianze decorando quelle mura. Alcuni di questi capolavori purtroppo sono stati divorati dal fuoco, ma l’imponente recupero terminato proprio in questi giorni ci permette di godere ancora di una preziosa eredità che  rischiava di lasciarci per sempre.

La ricollocazione dell’affresco sulle pareti del loggiato del Camposanto monumentale

 Al successo dell’avventura ha contribuito con perizia e passione anche la ricerca scientifica e tecnologica, risolvendo due punti molto critici per il restauro. Il primo problema era eliminare la caseina, una colla usata nel dopoguerra per fissare gli affreschi staccati dalle pareti ai supporti di eternit. Questa provocava rigonfiamenti, crepe e perdite di strato pittorico ed era quindi assolutamente necessario rimuoverla. Ci hanno pensato i batteri ammaestrati dal microbiologo Giancarlo Ranalli dell’Università del Molise. Nei suoi laboratorati di Campobasso i batteri sono stati nutriti solo con acqua e caseina, diventandone ghiotti. Applicati alla superficie del dipinto, questi hanno totalmente eliminato il materiale organico senza danneggiare il colore originale. 

L’altra sfida da affrontare era quella delle condense, cioè il rapporto tra le superfici pittoriche e l’umidità che si forma nell’ambiente in cui sono collocati e che aveva contribuito nei secoli al loro degrado. Dalla tecnica è arrivata una soluzione di avanguardia: un pannello fatto a sandwich al cui interno è collocato un tessuto che contiene fibre di carbonio. Con il passaggio di corrente elettrica a basso voltaggio queste sviluppano calore aumentando dal retro la temperatura degli affreschi, in modo che sia sempre di 2-3 gradi superiore  a quella dell’ambiente.

Il costo dell’operazione di restauro è stata di sette milioni di euro, di cui uno finanziato dalla Regione Toscana e il resto a carico dell’Opera della Primaziale, a cui va il coraggio e il merito di aver creduto in un intervento che a molti sembrava impossibile, quasi miracoloso.  Un gruppo di 12 restauratori ha eseguito il complesso lavoro di recupero  con la supervisione dei capi restauratori Carlo Giantomassi e Gianluigi Colalucci. L’ingegner Giuseppe Bentivoglio dell’Opera della Primaziale ha invece seguito la parte tecnica mentre il professor Paolucci presiedeva la direzione dei lavori. Un colossale sforzo da parte di un’unica istituzione, un esempio virtuoso in difesa del patrimonio artistico del nostro Paese, un caso raro e anche una speranza che altri possano e sappiano seguire la stessa strada.