Il premio del direttore e il buon giornalista

Non mi piace, ho scritto su Facebook. E perché non mi piace il premio che ogni lunedì il neodirettore di Repubblica Molinari vuole assegnare a quel che ritiene il miglior giornalista della settimana precedente (il premio consiste in una R stilizzata e 600 euro lordi in busta paga), scegliendo tra le segnalazioni dei vari responsabili di settore?

È finalmente un incentivo meritocratico, si può obiettare, e certo il giornalismo ha davvero bisogno che siano “premiati” i più bravi, i più coscienziosi, i più rispettosi verso il dovere di informare correttamente.

Ma, escludendo qualsiasi dubbio sulla sensibilità e le capacità di Molinari, siamo sicuri che siano i direttori i depositari di un giudizio che premia, appunto, il miglior giornalista? Con le loro valutazioni già si determinano all’interno dei giornali le carriere (capi di redazione, inviati, capiredattori, etc.) ma non possiamo dire che quei parametri siano sempre indicatori di buon giornalismo. Spesso, data la struttura piramidale dell’organizzazione di un giornale, è più la fedeltà al superiore, il compiacerlo e non contraddirlo, a farsi apprezzare. Così come possono essere altre qualità, come capacità relazionali o manageriali, a determinare la carriera. Ma che non sono sinonimo di buon giornalista.

Mediamente i giornalisti non sono persone migliori di altri professionisti/cittadini e la larga diffusione di opportunismo e piaggeria è presente nella categoria con una certa consistenza, oscurando spesso i princîpi e la deontologia di un mestiere straordinario, che ogni giorno dovrebbe alimentare di passione l’essere a servizio della collettività. Aggiungo che in questi nuovi tempi, in cui prevalgono egoismi, disumanità, demagogia e faziosità, le cose vanno anche peggiorando.

Il premio, si annuncia, verrà assegnato sulla base delle segnalazioni dei responsabili di settore. Peggio mi sento: allora sì che c’è il rischio di un moltiplicatore di servilismi per tentare di accedere all’obolo tutt’altro che irrisorio del direttore. Nella mia vita professionale fin dall’89 ho avuto ruoli di “capo” di redazioni e settori. E oltre a confessare la debolezza che non mi dispiaceva essere blandito e non contraddetto, ho visto diffondersi la dinamica del dirigente che si fa la propria squadra e poi “benedice” i più allineati e servili.

Il rischio, insomma, è che per accedere al premio, la competività che si stimola è quella di chi meglio si allinea, meglio blandisce, meglio serve. Spero che i capi dei vari settori di Repubblica sappiamo sfuggire alle sirene del compiacimento. E a stemperare un po’ il rischio c’è anche che il premio sia settimanale e quindi potrebbe alla fine premiare tanti e non solo sempre gli stessi.

Resta però che tra le qualità di un buon giornalista, oltre a quelle fondamentali della correttezza dell’informazione, di svolgere un servizio per la collettività, del rispetto della dignità delle persone, aggiungerei anche l’autonomia, l’andare controcorrente, perché al centro del suo mestiere continui ad esserci il lettore e non solo l’attenzione alle copie o ai click che si ottengono, cose a cui ovviamente spesso fanno più attenzione capi e amministratori.