Il reo don Milani

28 ottobre del 1967 – cinquant’anni fa – don Milani fu condannato in appello per la sua lettera ai cappellani militari a favore dell’obiezione di coscienza. Il priore era già morto da 4 mesi. Ma il giudice lo condannò. Fu definito “il reo don Milani”. Nell’anno dei facili santini, mi piace proporre la vera storia di don Milani. Il Reo. Il Grande Disobbediente. Alla famiglia ricca e borghese. Alla Chiesa preconciliare. Allo Stato che metteva in carcere gli obiettori di coscienza. Vi propongo il finale del mio libro Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani. Laterza (m.l)

“Mentre Lettera a una professoressa era in stampa, don Milani comprese di aver i giorni, le settimane contate. Come se dovesse partire per un lungo viaggio decise di sistemare un po’ di cose che gli stavano particolarmente a cuore. Come Eda Pelagatti, che aveva accudito lui e i ragazzi come una mamma. Don Lorenzo le destinò i diritti di autore.

Convinto poi, come disse più volte ai suoi ragazzi che il segreto pedagogico non fosse esportabile,  il priore si mise a bruciare nella stufa molti documenti della scuola e la chiuse e il 25 aprile 1967 fece le valige per andare ad abitare dalla mamma, in via Masaccio numero 218, a Firenze. Prima di salutare i ragazzi si mise a guardare una a una le stanze della canonica e della scuola.

Infine disse loro: “Ragazzi, chissà se ci ritornerò”.

Il morbo di Hodgkin che lo colpì a morte fece sentire i suoi aculei  nel 1960 ma per tre anni si brancolò nel buio nella sua esatta diagnosi. Che arrivò il 7 febbraio del 1964 quando mamma Alice informò la figlia Elena che Lorenzo veniva curato per  “un linfogranuloma dichiarato”. Dalla metà del 1964 agli inizi del 1967 la vita del priore fu sottoposta a ricoveri ospedalieri e continue, dolorose cure , ma il priore continuò a tenere le sue lezioni a letto o seduto in uno sdraio. Nonostante la malattia e i lancinanti dolori, in quello squarcio di anni, don Milani sfornò due opere come L’obbedienza non è più una virtù che Lettera a una professoressa.

Anche nel periodo dell’agonia, a casa dalla mamma, da fine aprile alla morte, il priore non si tolse la veste di maestro. Continuò ad insegnare ai suoi ragazzi: “Ci diceva, sul letto di morte, che bisognava per tempo imparare a morire. Chi non si abbandona alla morte vuol dire che prima non si è abbandonato alla vita, alle passioni e all’amore”, ricorda Edoardo Martinelli, un ex allievo del priore, autore di Progetto Lorenzo Milani, pubblicato nel 1998 dal Centro documentazione che porta il nome del priore di Barbiana.

L’ultima lezione don Milani la tenne il 24 giugno, un sabato. Avvertendo che il suo Getsemani stava per concludersi, chiese ai suoi ragazzi di venire a salutarlo per il suo congedo dalla vita. “Ragazzi, un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa per la cruna di un ago”.

Due giorni dopo, il 26 giugno, un lunedì, il priore spirò con il corpo proteso in avanti e sostenuto da Michele Gesualdi. “Un piccolo rigolo di sangue e due occhi sgranati in avanti indifferenti al gioco della vita”, ricorda Martinelli.

“Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, non è vero che non ho debiti verso di voi. L’ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo posto”, scrisse nel testamento.

Quattro mesi dopo, il   28 ottobre 1967, si tenne il processo d’appello. Don Milani fu costretto, prima di morire, il 1 dicembre 1966,  a scrivere di nuovo ai giudici per giustificare la sua assenza. Poche righe, ironiche. Da congedo finale: “Caro presidente, io ho la bua. Tanta tanta bua. Che sei bischero a farmi venire a Roma? Se mi vuoi vedere vieni te. Un bacio anche a tua moglie”.
Don Milani questa volta fu condannato.  La condanna non poté però essere applicata. “Il reato è estinto per la morte del reo”, scrissero i giudici.
La legge sull’obiezione di coscienza verrà approvata soltanto nel 1972 . I tantissimi  giovani che, a partire da quella data,  ne hanno usufruito. Gli studenti, i professori, i preti, i cristiani in cerca di Dio, soprattutto i poveri. E  le donne e gli uomini che nella loro vita si pongono il problema dell’obbedienza e della coscienza, del bene e del male, non possono non provare gratitudine per il coraggio e la passione del “reo “  Lorenzo Milani.