Il sindaco e il presidente litigano in consiglio, poi arriva la stampella del M5S

Ormai è un’amministrazione comunale senza rotta, condizionata dall’autocratismo del sindaco Samuele Lippi e da un’inspiegabile tendenza all’approssimazione e all’errore. L’immagine di quanto siano scaduti i rapporti non solo tra il sindaco e le minoranze e tra lui e il Pd, il suo partito di appartenenza, è riassunta in un filmato realizzato da Sascia Lucibello Piani che ha preso a girare sulle bacheche locali e sul gruppo social Forza Cecina, nel quale il contrasto tra Lippi e Luigi Valori (presidente del consiglio comunale) raggiunge l’apice.

Tanto più che per approvare con maggioranza qualificata (che poi non si dimostrerà tale) le modifiche allo statuto comunale con le quali l’amministrazione vorrebbe assumere dirigenti su chiamata, ovviando ai criteri di mobilità e di concorso pubblico, il gruppo Pd ha avuto bisogno del sostegno dei Cinque Stelle, che hanno puntellato la maggioranza. A denunciare l’aria di decadenza che si respira attorno all’amministrazione comunale cecinese, ormai spinta verso una deriva auto-referenziale, sono alcuni degli esponenti di minoranza che siedono in consiglio comunale: Paolo Barabino, Paolo Pistillo e Antonino Vecchio (Forza Italia) oltre a Fabio Stefanini, ex Pd di fatto espulso dal partito dopo aver preso le distanze da Samuele Lippi e ora (unico) esponente del gruppo “Per Cecina”. Quattro gli argomenti affrontati durante un incontro con i giornalisti: l’affidamento dell’ufficio stampa a una cooperativa, l’approvazione delle variazioni allo statuto senza maggioranza qualificata, la variazione di bilancio che porta 400.000 euro in meno nelle casse comunali e il niet allo spostamento di quattro cassonetti a Cecina Mare, con argomentazioni – volendo usare un eufemismo – irrituali.

400.000 euro in meno nella variazione di bilancio. È stato l’assessore al bilancio, Federico Cartei, a comunicare che l’importo a bilancio di previsione derivante dall’eventuale vendita dell’immobile di via Boccaccio è stato ridotto da 1.485.000 a 1.085.000 euro. Questo, secondo Paolo Pistillo, commercialista di professione, “significa che per terminare il lungomare, a cui il ricavato della vendita è destinato, mancheranno ben 400.000 euro”.

È una vicenda complicata, da cui è scaturita una causa tuttora pendente in tribunale. La ditta aggiudicataria, nel 2014, ha perso ogni diritto sull’immobile e la ragioneria ha ritenuto che esso fosse tornato nella piena disponibilità dell’ente. Per cui l’ha rimesso in bilancio per il suo valore contrattuale, appunto 1.485.000 euro, incamerando come penale i 400.000 euro a suo tempo versati dalla ditta aggiudicatrice. I legali delle parti si sono incontrati, più volte, in via informale. Fino all’ultima udienza, quando il giudice ha invitato a cercare un accordo. Nessun accordo, però, è stato raggiunto tra il Comune e la ditta aggiudicatrice. Non è dunque certo che l’immobile di via Boccaccio sarà venduto alla ditta aggiudicatrice, rinunciando quindi ai famosi 400.000 euro già riscossi nel 2009, che in tal caso verrebbero riconosciuti come acconto.

“L’ultima variazione di bilancio presentata in consiglio – sottolinea Pistillo – sconfessa clamorosamente le scelte adottate dalla ragioneria nei bilanci di previsione precedenti, perché niente di formale è cambiato in questi anni, e gli ultimi contatti (gli ennesimi) tra il Comune e la ditta non giustificano un mutato atteggiamento nelle valutazioni di bilancio”. E quindi, secondo Paolo Pistillo, delle due, l’una: è sbagliata la variazione di bilancio presentata nel consiglio del 28 luglio oppure, cosa più grave, sono sbagliati i bilanci di previsione degli anni precedenti. E allora, chiosa il consigliere di Forza Italia, “sarebbe stato più corretto attendere la possibile formalizzazione dell’accordo con la ditta aggiudicatrice prima di ridurre il valore nel bilancio di previsione”. Tanto più che ciò avrebbe evitato dubbi di coerenza con le scelte adottate in precedenza.

Ufficio stampa, braccio di ferro. Il sindaco Samuele Lippi, attraverso una serie di determine dirigenziali, dapprima ha cancellato l’ufficio stampa destinando ad altro incarico la giornalista pubblicista che vi ha lavorato per 14 anni. Poi ha attribuito al responsabile dei servizi informatici (anch’egli giornalista pubblicista), la qualifica di “Responsabile dell’informazione”, peraltro mai menzionata nella legge 150/2000. A quel punto ha implementato il cospicuo plafond della cooperativa “Il Cosmo” – già aggiudicataria di un appalto da oltre 704.000 euro per la gestione di alcuni servizi – con ulteriori 10.824,45 euro nel periodo 1 luglio-30 settembre, quando scadrà la gara. La cooperativa ha assunto due persone, per la precisione due giornaliste (una professionista e l’altra pubblicista) per garantire – chiavi in mano –  il supporto all’informazione, alla comunicazione digitale, alla comunicazione di servizio alla promozione di eventi e altre iniziative. Paolo Barabino, capogruppo in consiglio comunale e responsabile regionale degli enti locali per Forza Italia, che sull’argomento è già intervenuto nelle cronache locali e ha presentato un’interrogazione, precisa che si tratta di una retribuzione pari a 24 euro orarie, per un monte ore non inferiore a 450. Ma la determina, argomenta il capogruppo di Forza Italia, è di dubbia legittimità oltre che inaccettabile nel principio. E infatti oltre a invocare l’articolo 311 del Dpr 207/2010, abrogato, vi si afferma la regola che il Comune non può richiedere variazione dei contratti stipulati con “Il Cosmo” tranne che in alcune eccezioni, fra cui le cause impreviste e imprevedibili le quali, benché richiamate nel testo della determina “sono difficilmente ipotizzabili per l’attività di un ufficio stampa”. Poi, sempre Barabino, traduce il linguaggio burocratico e involuto della determina spiegando che, siccome il Comune non può assumere, ha trovato l’escamotage di esternalizzare il servizio.

L’aggravio di spesa per l’Ente è quantificabile, in un anno, in 43.297,80 euro. Soldi spesi bene? Secondo Barabino sicuramente no: “Il risultato sarà, più o meno, quello di prima. Ricordo che il sindaco ha già un portavoce e due dipendenti comunali sono iscritti all’Ordine dei giornalisti. Se prima a svolgere le mansioni di addetto stampa era solo un dipendente, a mezzo servizio con l’Urp, ora servono più persone, il responsabile dell’informazione e due giornaliste in carico alla Cooperativa Il Cosmo ma pagate dal Comune di Cecina. A chi giova? Con quali criteri sono stati scelti i due giornalisti?  Non è dato capirlo, ma certamente non è un esempio di buona amministrazione”.

L’inutile stampella del M5S. Per sostituire il dirigente capo della ragioneria (Eugenio Stefanini si è trasferito al Comune di Cinisello Balsamo), il Comune di Cecina ha pubblicato un bando per un’assunzione a tempo determinato. Avrebbe potuto farlo solo dopo la variazione dello statuto, come stabilisce il testo unico degli enti locali. Ma la giunta ha accelerato i tempi, anticipando il bando rispetto alla variazione della norma. Il problema, tuttavia, è un altro e coincide con l’acquisizione dei voti a maggioranza qualificata, poiché per la variazione dello statuto è indispensabile, in prima seduta, la maggioranza dei 2/3 dei consiglieri. Ebbene, nella seduta del 28 luglio, la variazione è stata votata da 9 consiglieri della maggioranza, dal sindaco e, incredibilmente (perché senza motivazione), da Rosanna Farinetti, consigliera del M5S. E quindi, da 11 consiglieri, mentre la maggioranza qualificata equivale a 11,33 consiglieri. L’arrotondamento, in questi casi, va fatto al rialzo, come da giurisprudenza corrente. E non al ribasso: la maggioranza richiesta per la valutazione statutaria è dunque di 12 e non di 11 consiglieri: “La giurisprudenza amministrativa, del consiglio di Stato in particolare, è sempre stata univoca nell’affermazione del principio per cui l’arrotondamento deve sempre avvenire alla cifra intera superiore, mai a quella inferiore, altrimenti il troncamento delle cifre decimali porterebbe ad una maggioranza inferiore rispetto a quella richiesta dalla legge”, ha spiegato Paolo Barabino. Il quale, assieme ad Antonino Vecchio, Paolo Pistillo e a Fabio Stefanini, chiederà che la delibera sia annullata in auto-tutela per “iniziare nuovamente l’iter procedimentale per addivenire ad una determinazione, questa volta, legittima”.

La processione partirà dai cassonetti. Spostare i quattro cassonetti ubicati vicino alla chiesa di Cecina Mare è un affare assai complicato. Così ha risposto il neo-assessore Antonio Giuseppe Costantino al consigliere Fabio Stefanini che, appunto, aveva proposto una mozione per collocarli altrove: “Anche quest’anno la processione del 15 agosto partirà dai cassonetti”, ha spiegato il consigliere Stefanini. La questione era assai semplice: due cassonetti potevano essere spostati nei pressi di via dei Marinai, altri due lungo la via Ginori. Soluzione semplice, facilmente applicabile. Tant’è che lo stesso Costantino, in un sopralluogo, aveva mostrato interesse per la soluzione prospettata da Stefanini. Poi dev’essere successo qualcosa. Cosa? Secondo Stefanini, in seno al gruppo Pd ha prevalso la tesi che non si può dare ragione a un “reprobo”, come ribadito durante una veloce riunione della maggioranza prima del voto. “Qualcuno me l’ha riferito e quando l’ho dichiarato in consiglio comunale, nessuno ha smentito”, ha sottolineato Stefanini. La maggioranza ha bocciato la mozione e ogni cosa, persino la seconda parte in cui si invitava a intraprendere un percorso educativo (e sanzionatorio) per migliorare il degrado e prevenire le manifestazioni di inciviltà.

Pare che per spostare quattro cassonetti si debba rifare un progetto per il riposizionamento di tutti i cassonetti del territorio. Una tesi cui nessuno, nella società 2.0, può credere. Fosse vera, ci sarebbe da stropicciarsi gli occhi, poiché vorrebbe dire che se nel mondo niente è cristallizzato, i cassonetti di Cecina sono inamovibili. “Il problema è che i consiglieri di maggioranza, oggi, confondono il sostegno al sindaco e alla giunta con l’assenso passivo a ogni decisione, anche se cozza con il buonsenso”, chiosa Stefanini. Vista la vicenda e la “conventio ad excludendum” verso chi non si assoggetta al pensiero a senso unico praticato con l’avvento della giunta-Lippi, è difficile dargli torto.