Da ultimo dei comunisti a renziano, oscillazioni di un sindaco senza pace

Nessuno potrà dire che al sindaco di Cecina, Samuele Lippi, non piaccia la ribalta.  Né che resti avvinghiato a un’idea come l’edera al muro. Niente di questo. Solo pochi anni fa – nell’ordine – si era professato ultimo dei comunisti, bersaniano di ferro, leopoldino della terza ora, orlandiano di punta e infine, di nuovo, leopoldino. Ora ha lasciato il Pd e si è geolocalizzato sulla rotta civica dei pro-positivi per Cecina, in attesa di gettare l’ancora nella darsena di Italia Viva. Poi si vedrà.

Il suo competitor al ballottaggio, Federico Pazzaglia del centrodestra, ha fatto un video per chiederne le dimissioni, assemblando nuove modalità comunicative e vecchi cliché. La richiesta è lecita ma fuori luogo: piaccia o no, il mandato di Lippi è sancito dal voto e non dal partito cui ha aderito per una trentina di anni seppur nelle sue varie forme e denominazioni. Ha vinto le elezioni, non un congresso. Ciò solo per rammentare che lui risponde al suo elettorato e non al partito in cui è nato, cresciuto e invecchiato. Ma è disorientante che in poco più di un lustro sia passato dal marxismo-leninismo alla liberal-democrazia, imitando in scala cecinese l’onorevole Gennaro Migliore, che però ha impiegato 27 anni per transitare da Rifondazione comunista a Italia Viva. Durante la traversata Lippi non ha evitato sconfinamenti nel populismo (la sterile polemica sulla scorta a Napolitano), nella destra radicale (quando disse che la festa del 25 aprile è divisiva), nella deriva anti-migratoria (la proposta di istituire ingressi separati per bianchi e neri in un condominio di Cecina Mare), nel neo-municipalismo che ha prodotto l’isolamento di Cecina.

Tuttavia le oscillazioni politiche interessano il giusto. Sono fatti suoi. Interessa di più che prima amministrava un bel tesoretto e che, dopo averlo speso prima della rielezione, proponga effetti speciali per coprire le difficoltà di bilancio e le scelte da fare, ineludibili benché impopolari. L’esempio è la raccolta differenziata, che peserà sulle casse comunali e alleggerirà le tasche dei cecinesi. Già ora paghiamo una Tari salata senza sapere a quanto ammonta il surplus dovuto al mancato raggiungimento degli obiettivi fissati per legge, figuriamoci quale sarà l’aumento una volta che il porta a porta sarà esteso a tutti i quartieri della città e che Rea fatturerà al Comune i costi aggiuntivi. Poi le tasse caleranno, ma è noto che poi è un avverbio e non un patto di sangue, indica uno spazio temporale da zero a più infinito.

Ciò sarebbe più sostenibile se alle tariffe alte corrispondesse una visione prospettica, uno sguardo che andasse al di là delle opere che hanno prosciugato le casse comunali. Ma Lippi non si è mai mostrato un cultore del futuribile e dell’immaginazione, che in politica si declinano nella sotto-categoria della progettualità. Ha legato il suo incarico di sindaco ai cantieri, senza peraltro sciogliere i veri nodi gordiani: al di là dei proclami roboanti, il futuro dell’ospedale resta incerto; l’erosione continua a divorare la pineta; sul corpo centrale dello zuccherificio mancano le idee di utilizzo e i fondi per realizzarle; il porto è fermo da anni senza che l’amministrazione comunale abbia mai detto qualcosa di rilevante; il commercio langue e in centro non si contano più i fondi sfitti e chiusi; i servizi sono in declino per qualità e quantità; le occasioni di lavoro sono per lo più stagionali; il turismo stenta nonostante il poderoso sforzo finanziario per il viale a mare; del piano della costa si sono perse le tracce; le strade sono malandate e rattoppate come nella periferia di Gostivar. Infine: il traffico e i parcheggi sono rebus senza prospettiva di soluzione.

Cecina vivacchia grazie all’eredità delle passate amministrazioni. Le giunte-Lippi, nel turbinio di assessori, dirigenti fatti decadere, funzionarie e impiegate costrette a far valigia senza motivi comprensibili né spiegabili, hanno avuto il limite di guardare solo all’immediato, alle elezioni più vicine, tralasciando l’impegno di disegnare il futuro. Si sono concentrate sulla punta del dito dimenticando la luna oppure – passando da luogo comune in luogo comune – hanno preferito l’uovo oggi alla gallina domani. Certo, Lippi ha fatto delle cose. È stato bravo ma soprattutto fortunato. Bravo perché ha saputo sfruttare le occasioni che gli si proponevano, tirando la macchina comunale fino a sbiellarla. Fortunato perché ha amministrato un tesoro inimmaginabile per i suoi predecessori, rimpinguato dalla vendita delle farmacie comunali che altrove rendono fior di quattrini ma che a Cecina galleggiavano a stento.

Però, a conti fatti, ha sbagliato. Poteva cedere il passo al termine del primo mandato, ritirarsi imbattuto come quei pugili che attaccano i guantoni al chiodo per evitare il declino. Sarebbe stato ricordato come il sindaco del fare e, dopo cinque anni, avrebbe potuto riproporsi imbellettato come nuovo anche se vecchio. Invece è stato rieletto solo al ballottaggio nonostante una poderosa macchina elettorale, il Pd disposto a rinunciare al simbolo pur di portare acqua al suo mulino, una compagine di centrodestra divisa e tutt’altro che irresistibile.

Ora che ha lasciato il Pd e transita dai pro-positivi per Cecina prima di approdare a Italia Viva (o tornare alla casa madre, perché a queste latitudini le sorprese non mancano), Samuele Lippi commette l’errore di sopravvalutare il consenso che si auto-attribuisce, forse condizionato dai commenti apologetici postati sulla sua pagina Facebook, dimenticando che di questi tempi la popolarità ha una durata effimera e si viene dimenticati in fretta. Faccia le sue scelte, vada e stia dove crede. Ai cecinesi non interessano gli effetti speciali né le imitazioni strapaesane di Matteo Salvini. Ed eccezion fatta per gli elettori di fede piddina, poco fanno caso al suo destino politico. Interessa solo che sia un sindaco affidabile e avveduto e non un uomo in cerca della perenne ribalta.