Il terzo giorno morì, era operaio e non è risorto

Su una cosa sono d’accordo con quei farabutti dei salviniani, quando , cioè, ripetono come un mantra che la morte dell’operaio di Cararra è stata subito dimenticata.  Leggo oggi sui quotidiani che c’è un unico indagato per quel torace sfondato da un blocco di marmo: un altro operaio, il collega che guidava il carrello elevatore. Sul piano giuridico non sono in grado di giudicare e, anzi, sono portato a credere che il pubblico ministero abbia seguito un’impeccabile procedura. Su piano etico sono indignato, sul versante politico sono arrabbiato, su quello giornalistico ho qualche perplessità. 

Come è noto, Luca Savio – 37 anni, una moglie e una figlioletta – aveva trovato un lavoro temporaneo, un lavoretto da sei giorni, uno di quei contrattini che piacciono tanto ai giannizzeri della flessibilità e che, se vieni censito mentre lavori, risulti anche nella categoria “nuovi occupati” delle statistiche Istat che inorgogliscono chi ha votato il job-act. 

Il tutto è avvenuto in una segheria di marmo che, nelle carte della Camera di Commercio, muove tonnellate di prodotti ma ha solo due dipendenti fissi. Oltre che ai carraresi (carrarini?), questo genere di aziende sono conosciute a molti perché basta passare con l’auto lungo l’autostrada che conduce verso Genova e si notano bene. Si vedono centinaia di grandi blocchi di marmo bianco ben allineati. Secondo quanto è scritto nella visura camerale della Camera di Commercio, un’attività del genere può essere gestita da due dipendenti. Trasportare anche per pochi metri quei massi squadrati è operazione complessa e pericolosa perché ogni blocco pesa anche una tonnellata. Secondo l’indagine della procura il carrellista che stava muovendo uno di questi blocchi , nel girarlo ha urtato al petto Luca Savio facendogli “esplodere” il cuore. 

Un “incidente” del genere non è una novità, tanto è vero che i carrarini (carraresi?) hanno anche un termine gergale per descriverlo: “Lo schiaffo del marmo”.  È uno dei pericoli che dovrebbero essere spiegati durante i corsi sulla sicurezza che le aziende dovrebbero tenere. L’uso del verbo al condizionale spiega già il concetto.

Luca Savio non aveva esperienza nel settore del marmo, aveva fatto il cameriere, era stato nei cantieri nautici, aveva guidato camion. Non era abituato a lavorare tra tra i blocchi di marmo. Era al suo terzo giorno di impiego. Tre giorni su sei programmati. 

Domanda retorica: quale corso di sicurezza sul lavoro piò aver fatto un operaio che viene assunto dal lunedì al sabato? 

La precarietà del lavoro si trasforma così in precarietà della vita. Questo è inaccettabile.

Segnalo un particolare secondario della vicenda ma per me significativo nell’ambito del giornalismo. Il giorno che è stato ammazzato Luca Savio, proprio nelle medesime ore, il governo metteva a punto il nuovo ordinamento sui contratti di lavoro, pomposamente chiamato “decreto dignità”. Un provvedimento che contiene aspetti contestabili e – in certi punti – appare sgangherato, ma ha un merito: affrontare il tema della eccessiva precarietà del lavoro e delle vite di milioni di persone (italiani e stranieri).  Dopo anni di narrazioni ottimiste e di sinistra (come nella canzone di Lucio Dalla) nelle quali raccontavano che eravamo più ricchi e il Pil cresceva, un governo di destra con pericolose spinte autoritarie, affrontava un tema rimasto a lungo tabù, addirittura sbeffeggiato da chi chiamava i precari “sfigati”, “bamboccioni”, “rottami”.  Ecco, in quel giorno tutti i giornali hanno tenuto ben distanti i due fatti – il decreto “dignità” e il precario ucciso –  senza fare accostamenti . Pagine diverse, distanti una dall’altra.  Hanno perso un’occasione per dare concretezza alla politica.