La notte dello sciamano

Sembra impossibile ma…

Le antiche arti degli sciamani continuano ad essere praticate in tutto il mondo, oggi come cinquemila anni fa. E i rituali sono straordinariamente simili, dalle riserve dei nativi americani ai villaggi dell’Africa nera, dall’Oriente al Sudamerica all’Australia. Un universo parallelo a quello creato dal metodo scientifico, che mi ha sempre incuriosito. Oggi vi porto nelle lande desertiche della Mongolia per raccontarvi una sconcertante “intervista” a uno sciamano, una storia che, se non l’avessi vissuta, direi che è impossibile.

Agosto 2010. Campo tendato di Bayanzag nell’alto Gobi. La strada asfaltata più vicina è a 400 chilometri. Arriviamo all’ora di pranzo. Alfredo, la guida italiana, a tavola mi dà la buona notizia: stasera forse potremo incontrare uno sciamano, a qualche chilometro da qui. Era una delle prime richieste che gli avevo fatto appena arrivato in Mongolia, una settimana prima. Lo sciamano fa sapere che è un buon giorno per contattare gli spiriti, e che sarebbe disponibile anche a fare un rituale, se lo desideriamo. In cambio vuole 3 bottiglie di Wodka. Affare fatto. Alle 17 ci dirigiamo verso due piccole tende, le tipiche gher mongole: entriamo nella prima, arredata con tappeti. E’ una specie di sala d’attesa. Intorno la steppa a perdita d’occhio, in tutte le direzioni. Dopo un’oretta l’assistente ci fa entrare nella seconda tenda. Entra lo sciamano. età indefinibile, ma non vecchio. Non guarda nessuno, non saluta.

Prende un ampio pastrano dal quale pendono decine di serpenti e lo indossa, così come un copricapo con quattro lunghe piume d’aquila, che gli nasconde quasi completamente il volto. L’assistente spiega all’interprete che il pastrano serve a proteggersi dagli spiriti, il copricapo a facilitare il contatto. Lo sciamano prende poi un grosso tamburo di pelle di cavallo e comincia lentamente a percuoterlo con una mazza. “Sta chiamando gli spiriti” dice sottovoce l’assistente. Il suono si fa sempre più forte e violento, fino a diventare quasi insopportabile, un ultimo colpo di tamburo e lo sciamano crolla a terra con un movimento innaturale, come una bambola senza fili. Quando si rialza qualcosa è cambiato. Le sue movenze sono quasi feline, la voce è artefatta, quasi femminile o di bambina. Nella semioscurità della tenda si accovaccia a terra, si fa accendere una sigaretta (spinello?) fatta a mano, fuma in maniera strana, sotto la maschera, al lato della bocca: la sigaretta diventa cenere rossa in tre tirate. Versa in una ciotola argentata della wodka e ne beve un po’. Parla con l’assistente. E’ una lingua diversa dal mongolo, mai sentita: il linguaggio degli spiriti. L’assistente traduce in mongolo, la guida traduce in inglese. E si rivolge a me: “Sei tu che hai voluto incontrarmi” dice lo spirito, “dimmi cosa vuoi”. Cosa voglio? Io pensavo di fare una specie di intervista allo sciamano, ma cosa si dice a uno spirito?

Dico letteralmente la prima cosa che mi viene in mente: “Guariscimi il mal di schiena”. E’ un malessere serio che mi tormenta da tempo. Lunghi minuti di silenzio. Poi lo spirito parla: “Qualcuno qui non crede, perché non va via?”. Poi di nuovo rivolto a me: “Vedrò quello che posso fare, ma c’è già un grande sciamano che si prende cura di te”. Ancora silenzio, poi chiede all’assistente di farmi avvicinare. Un po’ a gesti, un po’ a parole, dà delle indicazioni che l’assistente mi trasmette. Mi fa mettere le mani con le palme rivolte verso l’alto, mi dà una sciarpa di seta azzurra da tenere sulle mani. Poi soldi, banconote di piccolo taglio da tenere nella sinistra. E un braccialetto di sfere marroni da tenere nella destra. Esegue un rituale con il fuoco e la ciotola di wodka, pronuncia parole incomprensibili, una lunga litania. Beve e fa bere un sorso anche a me. Lo spirito parla ancora. Dice che più tardi incontrerà il mio spirito da solo, fuori dalla tenda, davanti al fuoco. Poi lo sciamano sembra perdere i sensi. Si riprende, e torna in sé, lo spirito se ne è andato. Ora si muove e parla normalmente, sembra solo affaticato.

Si rivolge direttamente a me. Prende il braccialetto, lo taglia, fa cadere le sfere nella ciotola con la wodka, vi immerge anche un filo nuovo, giallo. Poi infila di nuovo le sfere una per una, lega con tre nodi (felicità, infelicità, felicità, così l’infelicità è chiusa in mezzo, spiega) al mio polso. Prende un sorso di wodka e dalla bocca me la spruzza sul polso. Prende un filo rosso, infila una perla, fa lo stesso con questo secondo filo alla mia caviglia, con tanto di spruzzo di wodka. Dice che non dovrò togliermeli, che sì, ho dei problemi alla colonna e ai reni, ma quando i bracciali si scioglieranno da soli, guarirò. Però non dovrò conservarli, dovrò far cadere le sfere, poi buttarle via. Poi mi fa sdraiare bocconi, con la schiena nuda. Manipola per qualche minuto la zona dei reni e della colonna, conclude con un colpo piuttosto violento. Io sono alquanto preoccupato; ma insomma, me la sono cercata.

Sono passate quasi due ore dall’inizio del rituale, è scesa la notte. Penso che sia finita lì, invece l’assistente dice allo sciamano che durante la trance lo spirito ha chiesto un incontro con me, da soli, all’aperto. Lui appare stupito. I miei compagni di viaggio vengono mandati via, ci verranno a riprendere fra qualche tempo. Restiamo io, lo sciamano, l’assistente, il traduttore. Andiamo fuori dalla tenda, sotto un cielo stellato come si vedono solo in mezzo al deserto. Accendono un fuoco, io cammino inquieto, quando passo alle spalle dello sciamano un grido mi fa sobbalzare: vengo redarguito, “è pericoloso, ci sono gli spiriti della notte. Lontano dal fuoco e con lo sciamano di spalle non hai nessuna protezione”. Mi fanno sedere vicino al fuoco, a due metri dallo sciamano. Lui prende il tamburo, ripete la scena di prima stavolta in maniera ancora più violenta. Nel momento in cui va in trance fa quasi un salto mortale, poi sembra disarticolarsi, si placa e torna nella strana posizione accovacciata. Ancora sigaretta e wodka, e ancora quella vocetta strana. L’assistente mi dice di guardare lo spirito. Fra me e lui il fuoco. La maschera per la prima volta si rivolge verso di me. Parla sommessamente, l’assistente non traduce, mi fa cenno di fare silenzio. Si allontanano anche i traduttori, rientrano nella tenda, siamo solo io e lo spirito, unico rumore il crepitare del fuoco.

Lo sciamano parla da solo, ma lo fa come se stesse dialogando, con delle pause fra una frase e l’altra. Ride, anche, a un certo punto. Va avanti così per più di un’ora. Segue un lungo silenzio, il fuoco si attenua, intorno la più completa oscurità, siamo un puntino di luce nel deserto. Guardo in alto. La luna non c’è, ma luccicano milioni di stelle. Mai viste così tante. Lo sciamano esce dalla trance. Sembra stupito di essere lì, arriva l’assistente, parlano a lungo. Mi spiega che non ricorda niente, ma che è la prima volta che il suo spirito chiede di incontrare un altro spirito da soli. Ancora più stupito che mi abbia fatto dei regali, la sciarpa, i soldi. Chiedo se li vuole indietro: no. Gli offro dei soldi per ringraziarlo, li rifiuta. L’assistente dice che è lui che ringrazia me per avergli fatto l’onore di andarlo a trovare. Le luci dei fari in lontananza segnalano il ritorno dei miei compagni di viaggio. Vado via senza domande, senza risposte. Una storia in più da raccontare. Sono passati sei anni, ho ancora il filo con le perline alla caviglia. E per quanto sembri impossibile il mal di schiena _ che sia un caso, effetto placebo o arti sciamaniche _ ha smesso di tormentarmi.

(in collaborazione col blog “L’arte di realizzare l’impossibile”) http://www.artedirealizzarelimpossibile.com/blog

 

 

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