La sfida di Puccini

A un certo punto del lavoro Giacomo Puccini si convinse che sì, forse quella volta aveva fatto la scelta sbagliata, che era impossibile completare il percorso avviato, e decise di mollare tutto. Per fortuna una voce che veniva dal profondo del suo animo gli disse che si poteva fare, che anche se sembrava impossibile non lo era. Così ci ripensò.

E il primo febbraio del 1896, era un sabato, la Boheme fu rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino, interpretata da Evan Gorga, Cesira Ferrani, Antonio Pini-Corsi e Michele Mazzara, e diretta dal ventinovenne maestro Arturo Toscanini.

Ma facciamo un passo indietro. Il 19 marzo del 1893, Giacomo Puccini e Ruggero Leoncavallo, vecchi amici, si incontrano a Milano in un caffé del centro frequentato da artisti e letterati. I due non si vedono da tempo, discutono di musica e di teatro. Così scoprono di lavorare sullo stesso testo teatrale per ricavarne un’opera, le “Scene della vita di Bohème” di Murger. E lì finisce bruscamente l’amicizia. Il giorno dopo Leoncavallo racconta al Secolo che sta lavorando alla Boheme. Lo stesso fa Puccini con il Corriere della Sera”.

Ma la sfida con il compositore napoletano, che pure raggiungerà toni aspri, non è l’unico problema nella gestazione dell’opera. Il Maestro lucchese non ha un carattere facile, in più dal punto di vista professionale è estremamente esigente, e la collaborazione con i librettisti Illica e Giacosa, piuttosto permalosi, è un disastro. Tanto che a un certo punto Giacosa si tira indietro. Lo stesso Puccini si scoraggia e molla tutto per dedicarsi a un’altra opera, “La lupa”. Per molti mesi Bohème è solo un nome, un miraggio. Poi il compositore ci ripensa, e cede al richiamo della tragica vicenda di Mimì e Rodolfo. Anche Giacosa torna sui suoi passi, lo attende una “gelida manina” da riscaldar.

Il resto è storia: oggi si celebrano i 122 anni dalla “prima” al Regio di Torino, il pubblico applaude, la critica no: la stampa è quasi unanime nello stroncare l’opera pucciniana. Ma il tempo, galantuomo e più competente dei critici, farà giustizia.

E la Bohème di Leoncavallo? Andrà in scena un anno e mezzo dopo. All’epoca un grande successo. Oggi la ricordano in pochi, viene rappresentata raramente.

Puccini ha vinto anche questa sfida. E meno male che ha creduto fino in fondo al suo sogno. Ne valeva la pena, altrimenti non avremmo la Bohème. O meglio, ci dovremmo accontentare di quella di Leoncavallo.

 

In collaborazione con “L’arte di realizzare l’impossibile”- http://www.artedirealizzarelimpossibile.com/blog