Livorno affonda tra Ciampi e l’alluvione

In questi giorni di sindrome autodistruttiva, Livorno offre il peggio di sé contestando la proposta di intitolare la Rotonda d’Ardenza a Carlo Azeglio Ciampi. Un rappresentante di un gruppuscolo d’opposizione, tal Bruciati, ha  sostenuto che se a un Ciampi si dovesse dedicare quella terrazza sul mare, fosse Piero, il poeta chansonnier geniale e alcolizzato. La boutade ha fatto ridere e così, sommerso da cotanta facezia, anche il sindaco Nogarin ha dovuto fare marcia indietro.

Credo che questo sia il paradigma di una città incapace di guardare se stessa e il futuro con sguardo lungo e con capacità di fare. La battutaccia, lo sminuire ogni cosa, la banalizzazione orgogliosa e miope delle proprie energie, la smargiassata inconcludente: è la filosofia di vita di chi non intende mai discutere nel merito.

Eppure non ci sarebbe stato neppure d’ andar troppo lontano con la memoria…

Proprio in questi giorni si parla di Banca d’Italia e di banche che hanno truffato migliaia di risparmiatori e imprese. Carlo Azeglio Ciampi fu nella squadra di Baffi e Sarcinelli quando si trattò di combattere contro Sindona che veniva difeso dalla mafia e da una parte della Dc. E ancora: Carlo Azeglio Ciampi fece commissariare la Cassa di Risparmio di Prato che aveva accumulato un buco di 1.230 miliardi di vecchie lire ed era diretta da Silvano Bambagioni, plenipotenziario di Giulio Andreotti in Toscana.  Era il luglio del 1986 e Andreotti aveva un peso determinante nella politica italiana, ma Ciampi (non quello con la chitarra e il fiasco) ebbe il coraggio solitario di scontrarsi con la Dc e parte del Pci. Almeno i pratesi questo fatto dovrebbero ricordarlo ai Livornesi.

Invece silenzio.

Se nessuna piazza sarà dedicata all’ex governatore di Bankitalia ed ex presidente della Repubblica (dal Colle seppe frenare le più pericolose derive berlusconiane) nulla cambierà. All’Italia e agli italiani onesti interessa marginalmente quel che avviene a Livorno. Dovrebbe, però, interessare ai livornesi.

Per un caso del destino la proposta toponomastica di Nogarin si è intrecciata con il dopo-alluvione.  Vedo un filo rosso tra le due vicende, tra l’ottuso rifiuto alla memoria di Ciampi e l’indolenza opportunistica con cui si discute del dopo-disastro.

L’ultimo episodio è clamoroso: il commissario Enrico Rossi annuncia in conferenza stampa che ha preparato un progetto per scavare un fiume in mezzo alla città. Un nuovo Rio Maggiore che lambirebbe lo stadio Picchi, attraverserebbe l’ippodromo e sfocerebbe vicino all’Accademia. Forse Rossi , da buon pontederese, ha avuto l’imprinting dallo Scolmatore dell’Arno che, partendo dalla Val d’Era, sfocia proprio a nord di Livorno. Un fantasioso progetto che fa il paio con la cabinovia tra la stazione ferroviaria e il centro città, annunciato dai pentastellati. Ma al di là della fattibilità, colpisce il modo: piano e tracciato del nuovo Rio Maggiore non sono stati neppure illustrati alla giunta Nogarin. Una prassi quantomeno inusuale, uno intenzionale schiaffo istituzionale che suona come una provocazione oppure un diabolico modo per suscitare l’opposizione dei cittadini e quindi non fare nulla,  addossandone infine la colpa ai soliti labronici.

Quel che colpisce, però, è ancora una volta il silenzio da quaqquaraquà della cosiddetta società civile livornese. Stoccate, parate e contrattacchi avvengono soltanto nel misero circuito della politica. Non si vedono proposte degli ordini dei geologi, degli ingegneri, degli architetti. Come se la tragedia di quella notte di settembre non riguardasse strade, lottizzazioni, palazzine disegnate sulle carte dei loro studi professionali. Non si ascoltano voci autorevoli capaci di guardare a un interesse collettivo. Chi è deputato a rappresentare l’identità critica della città fuori dal palazzo tace, si limita a seguire il chiacchiericcio e a darne più o meno fedele rappresentazione ma non prende posizione.  La stessa chiesa cattolica, guidata da un vescovo più attento al mattone che alle anime, interviene strumentalmente col primario obiettivo di tutelare la coscienza sporca dell’aula mariana e il businnes della fede al Santuario.

Nessun soggetto che appartiene alla classe dirigente della città sembra voler assolvere al suo dovere di indicare una strada innovativa, capace di abbandonare quelle pratiche che sono alla base della tragedia.

Su un unico punto l’accordo è presto trovato: chiedere interventi dall’alto. Sovvenzioni, sgravi fiscali e soldi, possibilmente tanti e subito. Le scelte di lungo respiro meglio delegarle ad altri, meglio accodarsi al potente di turno. Sia esso un Ciano o un Pci. Con la differenza che Ganascia e il partitone sono ormai polvere della storia e i poteri della città guardano altrove impegnati a inseguire singoli interessi particolari.