Lo strano caso dell’ufficio di Nogarin

Il fatto accaduto è inquietante e il modo di come hanno reagito tutti i protagonisti – quelli noti finora – suscita perplessità.

IL FATTO. Nella notte tra sabato 17 e la domenica 18 l’assessore del comune di Livorno passa sotto il municipio e nota la luce accesa nella stanza del sindaco Nogarin. E’ quasi mezzanotte e quindi manda  un messaggio sul telefonino del sindaco e, tra il serio e il faceto, gli chiede cosa faccia ancora al lavoro a notte fonda. Il primo cittadino, in realtà è a casa con la sua famiglia. Capisce che bisogna verificare e chiede alla polizia municipale di andare a vedere. I vigili urbani scoprono così che l’ufficio del sindaco è chiuso con una chiave inserita nella toppa della serratura: una vecchia chiave Yale di cui si era persa traccia da tempo e infatti è in parte ossidata. Insomma, una chiave che non viene usata. I vigili urbani decidono di non sfondare ed entrano da un altro ingresso. Nell’articolo pubblicato il 27 dicembre sul Tirreno (pagina sette della cronaca) da Mauro Zucchelli la vicenda viene ricostruita così:

 

Luce accesa e porta chiusa da dentro con chiave mai vista
«Sarà il fantasma del Palazzo». Ma Morini: «È un messaggio»
Blitz misterioso di notte
nell’ufficio del sindaco
E Nogarin fa denuncia
LIVORNO «Ho presentato formale querela contro ignoti: l’ho fatto al nucleo di polizia giudiziaria della polizia municipale. Già avevano acquisito il rapporto dei vigili urbani che erano intervenuti quella notte per capire cos’era avvenuto nel mio ufficio». La conferma arriva dal sindaco Filippo Nogarin, e quel che è capitato nella sua stanza a Palazzo Civico resta un rebus a distanza di una decina di giorni. L’enigma da risolvere riguarda una chiave tipo Yale, facilmente riconoscibile perché ossidata per metà. Nella notte fra sabato 17 e domenica 19 i vigili urbani la trovano nella serratura, chiusa dall’interno, di una contro-porta dell’ufficio del sindaco che viene sempre lasciata aperta. La luce è accesa, «e – dice Nogarin – non potevo averlo fatto io che ero arrivato di primo mattino , ho avuto un lunghissimo confronto con sindacati e personale sulla macrostruttura: 7 ore di scambio di idee. E quando me ne sono andato era ancora giorno…». Qualcuno si è infilato di nascosto nella stanza del sindaco a caccia di qualcosa? È chiaro che Nogarin non sia stato contentissimo, anche se tiene a precisare che «le cose me le porto nel mio trolley e non le lascio in giro». Ma per smorzare le dietrologie tira fuori la leggenda del fantasma della ragazza chiusa dentro il Palazzo Comunale: «Si vede che ho fatto qualche sgarbo allo “spirito” che “abita” dentro il Palazzo, e ora mi ha fatto un dispetto…». Più pragmatico e meno sognatore, l’assessore Andrea Morini: «È come se quella chiave, che nessuno di noi aveva visto così come nessuna delle segretarie storiche, volessero farcela trovare. Un messaggio per dirci: entriamo quando vogliamo». Morini è uno dei protagonisti di questa vicenda fin dagli inizi: verso la mezzanotte di sabato 17. È uno dei collaboratori del sindaco che vedendo ancora accesa la luce del suo studio in Comune, quella notte gli mandano whatsapp e messaggini, forse un po’ per scherzo, forse un po’ preoccupati: gli chiedono cosa ci fa a mezzanotte passata ancora in Comune. Nogarin in realtà è a casa sua («un momento di relax con mia figlia»): intuisce che qualcosa non quadra, chiede l’intervento della polizia municipale. L’ufficio del sindaco ha un doppio accesso sulla sala delle cerimonie di Palazzo Civico: uno è quello abituale e porta alla segreteria, dalla quale poi si entra nella stanza di Nogarin passando una doppia porta ricavata nello spessore del muro. Ecco lì l’uscio è bloccato. Non c’è verso di aprirlo. Prima di usare la forza e sfondarlo, i vigili utilizzano l’altro accesso, che non viene usato quasi mai. Entrano: trovano la luce accesa e questa misteriosa chiave nella toppa dall’interno. «Non hanno rubato nulla, non manca nulla», dice Nogarin per tranquillizzare riguardo alla vulnerabilità di Palazzo Civico.Non è la prima volta che accade qualcosa del genere: nel febbraio di nove anni fa era capitato all’allora sindaco Alessandro Cosimi: “giallo” in Comune per un blitz ladresco che aveva fatto sparire l’agenda con tutti gli appuntamenti del sindaco, la rubrica e il blocnotes con le informazioni raccolte dagli uffici dei più stretti collaboratori di Cosimi. In quel caso al centro del “giallo” era finito il telecomando con cui era stata aperta la porta dell’anticamera. 

Qualche giorno prima sulla Nazione , Michela Berti, aveva ricostruito la vicenda in questo modo:

 Quando l’assessore Andrea Morini verso la mezzanotte di sabato scorso è passato davanti al Municipio, ha visto che le luci nella stanza del sindaco erano accese e lo ha chiamato per capire come mai il primo cittadino si fosse trattenuto a lavoro fino a tarda sera. Ma Filippo Nogarin non era in Comune a mazzanotte di sabato scorso; nella sua stanza però c’erano le luci accese. Il sindaco ha chiamatao subito la Polizia Municipale per segnalare l’accaduto e i vigili si sono precipitati in Municipio per verificare i fatti.

Arrivati in Comune, i vigili urbani hanno verificato che le porte erano rigorosamente chiuse. Dopo la prima porta che si apre sulla stanza della segreteria e del capo gabinetto, ci sono altre due porte per arrivare nei locali del sindaco. La prima è stata aperta senza difficoltà, la seconda invece è rimasta rigorosamente chiusa, evidentmente bloccata dall’interno. La Polizia Municipale è dunque entrata da una terza porta che unisce direttamente le stanze del primo cittadino con il salone delle cerimonie. Una volta dentro l’ufficio del sindaco, i vigili urbani hanno potuto verificare che il secondo accesso era stato chiuso dall’interno con una chiave che nessuno degli stretti dipendenti del Comune conosceva. Una vecchia chiave, dicono i bene informati, che nell’èra-Nogarin nessuno aveva mai mostrato e dunque utilizzato.

Dalla stanza non sembrava fosse sparito nulla ma il sindaco ha comunque denunciato quanto accaduto che, in Comune, ormai hanno bollato come “il giallo della chiave”. Sono state ascoltate le persone a più stretto contatto con il sindaco e che hanno accesso ai locali del primo cittadino ma, nessuno di loro, aveva memoria di questa chiave che dunque è spuntata almeno dopo due anni e mezzo dell’amministrazione pentastellata. Tra l’altro Nogarin ricordava bene di aver lasciato il Comune il sabato in tarda mattinata, le luci erano rigorosamente spente.

Sulla vicenda, comunque delicata perché si parla di un presunto accesso non autorizzato – evidentemente – nelle stanze del sindaco di Livorno, sono ancora in corso delle verifiche.

Due racconti che grossomodo coincidono anche se , entrambi, non sembrano dare una particolare rilevanza all’accaduto.

PERPLESSITÀ. Il primo aspetto che salta agli occhi è il clima assai tranquillo – complici forse le festività natalizie – con cui viene accolta la notizia in città. Non ci sono reazioni da parte delle altre forze politiche, la Procura tace, gli inquirenti idem. Eppure ci troviamo di fronte a un caso dai caratteri straordinari: qualcuno entra (ed esce) indisturbato dallo studio di Nogarin, uno dei sindaci più noti d’Italia , esponente nazionale dell’Anci, dirigente del M5S, in una fase politica di scontro durissimo e senza esclusione di colpi tra i partiti. Nogarin – è bene ricordarlo – è coinvolto in alcune inchieste della magistratura livornese e tratta vicende tipo Aamps e Spil dove sono in ballo milioni di euro. Eppure la misteriosa violazione dell’ufficio del Comune non fa alzare il livello di attenzione. Nessuno si chiede se il sistema di videosorveglianza abbia registrato ingressi sospetti o si interroga se il municipio sia adeguatamente sorvegliato. Ci si limita a dire che “non sembra sia stato portato via nulla”. Ed appare risibile e maldestra la rassicurazione del sindaco Nogarin quando dice che le cose importanti lui le porta sempre con sé, in un trolley. Una dichiarazione senza senso. Quali sarebbero gli atti riservati o delicati? Se fosse materiale della pubblica amministrazione sarebbe una grave violazione: non occorre essere amministratori esperti o cronisti dai capelli bianchi per capire che non si possono portare a spasso documenti dell’amministrazione.  Nel trolley il sindaco ci metta la roba sua, non quella dei livornesi che deve restare nei palazzi pubblici adeguatamente conservata.

Anche il fatto che a una prima verifica non manchi nulla ha scarso significato. Esistono scanner e macchine fotografiche che chiunque può comprare con piccola spesa. E inoltre, non sempre chi si intromette in certi uffici, porta via qualcosa: a volte lascia qualche microspia.

Per concludere: quanto accaduto quella notte merita un’attenzione più vigile di quella mostrata fino ad oggi.