Lucca-Chinatown, preoccupa la deriva dietro l’angolo

Si può fermare il processo destinato a trasformare anche il centro storico di Lucca una sorta di Dinseyland-Chinatown? La questione è da tempo sul tavolo delle associazioni di categoria, della Camera di Commercio, degli amministratori e dei partiti politici, ma al di là di qualche grido di allarme finora non si è andati. Alla preoccupazione si associa la rassegnazione, che emerge anche dal recente intervento del direttore della Confcommercio, Rodolfo Pasquini, rammaricato per la mancanza di partecipazione alla illuminazione delle strade per Natale da parte dei punti vendita delle grandi catene. Atteggiamento che rischia di lasciare al buio anche il salotto buono del centro storico, dove quasi tutti i fondi sono appannaggio dei grandi marchi nazionali e internazionali.
Da anni si discute del disastro portato nella rete tradizionale del commercio, da secoli vanto e attrazione per la città, dalla politica delle grandi catene che hanno stravolto il mercato degli affitti, pagando cifre da capogiro pur di accaparrarsi le posizioni migliori, espellendo di fatto le attività familiari ai margini del centro o, più spesso, fuori delle Mura. L’invito, ripetuto, ai proprietari dei fondi a contenere le richieste non è stato minimamente preso in considerazione. E anche oggi che la crisi morde e porta a più miti consigli anche i grandi marchi, chi ha un fondo in una delle zone forti del salotto buono preferisce – legittimamente, sia chiaro – lasciarlo sfitto, piuttosto che abbassare la richiesta.
Non è un caso che si notino tanti negozi chiusi anche nelle strade del quadrilatero d’oro. Il mercato impone le sue leggi e le norme non danno quasi alcuna possibilità di modificare la situazione che, sbarco di massa delle catene e degli esercizi della ristorazione veloce a parte, vede un rilevante incremento anche delle attività gestite dai cinesi. Gruppi dei quali risulta siano in questi giorni alla ricerca non solo di fondi nel centro storico, ma anche di grandi locali e ambienti nella prima periferia, da trasformare in sale giochi. Campanello di allarme arrivato anche in Comune, dove l’assessorato al commercio sta monitorando la situazione.
Ma è molto probabile che, in tempi rapidi, si debbano fare i conti non solo con gli appetiti per l’apertura delle sale delle slot machine, con tutto il giro e le problematiche che si portano dietro: sono sempre di più infatti i cinesi che sostituiscono le catene nel sottoscrivere affitti da capogiro per avere fondi nel cuore del centro storico.
Si pone allora la domanda: oltre a lanciare grida di allarme e mostrare preoccupazione, c’è qualche soggetto che abbia voglia di tentare almeno di ragionare sul fenomeno, sul trend e sulle prospettive per capire se, quanto e come si può contenere o almeno disciplinare o gestire? L’impegno è enorme e scarse sono le possibilità che una iniziativa del genere possa portare a reali soluzioni. Non resta che la resa, allora? Interessa a qualcuno non lasciare soli i pochi commercianti lucchesi che tentano di difendere con le unghie e con i denti quel poco di immagine di città del gusto e del garbo rimasto dentro le Mura?
Sotto l’attacco delle strategie delle grandi catene che rispondono a sberleffi o non rispondono proprio a chi chiede loro collaborazione per migliorare l’appeal complessivo della città, affondati dai nuovi sistemi di vendita on line che portano nei negozi gente che prova e fotografa la merce per poi acquistarla su Amazon, assediati da tributi e balzelli sempre più onerosi e da centri commerciali che continuano a spuntare come funghi, gli esercizi che non vendono intimo e chincaglierie o non offrono cibi precotti e panini sono destinati a sparire l’uno dopo l’altro. Rapidamente. Lasceranno il posto ai punti vendita aperti e gestiti da gente che arriva da fuori – cinesi, magrebini, ma anche italiani – sbarcati a Lucca attirati solo dal business che promette il crescente flusso del turismo mordi e fuggi.
Se di fronte a queste prospettive c’è solo rassegnazione, se nessuno ha voglia nemmeno di impegnarsi per tentare di dare regole diverse al “mercato”, Lucca-Chinatown e Lucca-Disneyland sono l’approdo inevitabile.