Lucca sceglie: urbanistica di mercato o progetto per la città del futuro

Scelta uno: urbanistica di mercato, basata sul consentire le destinazioni d’uso più svariate per invogliare privati investitori a rilevare e ricostruire, a fini sostanzialmente speculativi. Scelta due: definizione di un vero progetto per la città da qui ai prossimi venti anni che tenga conto del patrimonio esistente e, puntando tutto sul riuso, definisca quanto meno in linea di massima cosa si può e bisogna fare. Soprattutto dei grandi contenitori pubblici, tenendo conto delle vere esigenze della popolazione e delle gravi carenze attuali in tema di servizi. E’ questo il bivio per l’amministrazione comunale di Lucca che, con il piano operativo e le nuove norme urbanistiche, si accinge a prendere decisioni che cambieranno comunque il volto della città. A riproporre la priorità di un indirizzo finalmente chiaro è stata tra l’altro l’iniziativa organizzata nei giorni scorsi all’ex ospedale psichiatrico di Maggiano. I numerosi partecipanti che si aspettavano soprattutto di conoscere meglio la storia del celebre nosocomio attraverso l’apprezzata illustrazione dello psichiatra Enrico Marchi, già direttore del servizio psichiatrico della Asl 2 e docente, hanno potuto conoscere quello che Maggiano ha rappresentato fino alla chiusura, nel 1999, dopo oltre duecento anni di attività come centro di cura per i malati di mente. Ma hanno potuto vedere, nell’ala sottratta allo sfacelo dalla Fondazione a lui intitolata, le stanze in cui ha vissuto quasi tutta la sua vita lo psichiatra scrittore Mario Tobino e, soprattutto, fare una visita guidata al resto dell’ospedale. Nel quale si possono ancora vedere le sezioni riservate ai malati, donne e uomini, gli ambienti di servizi e di cura, i cortili e i chiostri. Talmente degradati, che i visitatori hanno firmato una liberatoria che escludeva responsabilità da parte degli organizzatori della visita guidata. Già perché da 21 anni quello splendido complesso sulle colline di Fregionaia, a dieci chilometri da Lucca, è per l’Asl 2, proprietaria dell’immobile, un vero incubo. Non ci sono soldi per la manutenzione e tanto meno per il recupero. E non si trovano acquirenti, anche a causa del vincolo a destinazione sanitaria. In previsione della chiusura, all’inizio degli anni Novanta si era parlato di un progetto che ipotizzava un restauro a fini turistici o commerciali. Poi l’allora presidente del Senato Marcello Pera aveva caldeggiato la formazione di un campus universitario a Maggiano, la cui estensione è pari a quella di un paese, nemmeno tanto piccolo. Più volte è rimbalzata l’idea di farne un carcere di massima sicurezza. Di fatto, da 21 anni il nucleo principale dell’ex psichiatrico, fatta eccezione per l’ala meritoriamente cura dalla Fondazione Tobino, cade letteralmente a pezzi. E la grande parte a verde è diventata un intricato bosco di rovi e piante infestanti.

Inevitabile che i presenti si chiedessero come mai non si riesca a recuperare un complesso così prezioso, che potrebbe ad esempio diventare un’eccellenza mondiale per gli studi e la ricerca, invidiato da tutti. O, liberato dal vincolo di destinazione sanitaria, uno splendido museo o anche, più terra terra, un meraviglioso resort. Risorse da investire a parte, la realtà è che in 21 anni non si sono mai avute scelte e tanto meno progetti concreti di recupero, né dalla parte pubblica né da quella privata.

Una situazione che si ripresenta, purtroppo, per tanti altri grandi “contenitori” pubblici che, a volte da tempo ancora più lungo, attendono destinazioni e progetti ben definiti, prima ancora che investitori pubblici o privati. E’ vero, fin dagli anni Settanta-Ottanta le amministrazioni comunali che si sono succedute hanno tentato almeno di capire l’effettiva consistenza del patrimonio edilizio pubblico e privato della città e dei bisogni della popolazione. Ci hanno lavorato gli architetti e gli esperti del gruppo di studio dei tempi dei sindaci Favilla-Fanucchi-Baccelli, poi l’equipe dell’architetto Insolera incaricato dalla giunta Lazzarini. E più tardi altri gruppi organizzati dalle amministrazioni successive. Il guaio è che agli studi raramente sono seguite scelte davvero chiare e operative e, nel frattempo, i risultati delle ricerche sono stati vanificati dai cambiamenti, con discreto spreco di denaro pubblico.

La domanda ora è: riuscirà l’attuale amministrazione comunale ad arrivare davvero a definire il progetto che modificherà la città nei prossimi venti anni? E seguirà i principi annunciati, che danno priorità al riuso, fermano la cementificazione e la speculazione edilizia (peraltro in un mercato saturo che dispone di una gran quantità di immobili invenduti), e danno finalmente i servizi attesi per gli studi e la cultura, la tutela della salute, la pratica sportiva, l’organizzazione dei commerci su aree pubbliche, la rete museale, gli spazi e le strutture per la grande musica classica e leggera, la fruizione degli spettacoli, la riorganizzazione del sistema degli uffici pubblici?

L’impegno è davvero enorme e complesso. Solo per i grandi contenitori pubblici sono sul tappeto una infinità di questioni. E’ intanto urgente la scelta per il recupero dell’ex ospedale Campo di Marte, prima che faccia la fine di quello di Maggiano. Possibilmente come vera cittadella della salute – promessa tra l’altro dall’allora assessore regionale alla sanità, Enrico Rossi – che assicuri l’assistenza per tutto quanto e tutti quanti non trovano risposte ai servizi offerti dal San Luca. Non diverso è il discorso per l’ospedale di Maggiano: si può sapere cosa si intende farne? Davvero è destinato a diventare il carcere che prenderebbe il posto del San Giorgio, lasciando al mercato l’area della prigione dentro le Mura? E per i mercati del Carmine e di Pulia, che da tempo immemore attendono l’effettivo rilancio, è davvero necessario individuare i potenziali privati investitori prima ancora di sapere con precisione cosa si vuole farne? Non sarebbe un concetto da rovesciare, se non si vuol seguire la linea dell’urbanistica di mercato?

Più in generale: saprà il nuovo strumento urbanistico davvero indicare, in concreto, in base a censimenti ed esigenze effettivamente riscontrate e incontestabili, quale uso e quale recupero consentire per l’intero complesso della ex Manifattura Tabacchi, la Cavallerizza di piazzale Verdi e l’immobile fatiscente della Cavallerizza nella via omonima, accanto all’Ostello della Gioventù? Si andrà avanti con il progetto che da anni è dato sul punto di partire per realizzare il museo della città nel Palazzo Guinigi? E quali scelte definitive ci saranno per la ex caserma Lorenzini? Esiste poi un piano per dotare la città di impianti sportivi pubblici degni di questo nome, dalla piscina ai campi da tennis, basket e pallavolo, all’aperto e al coperto? Si procederà nel recupero delle periferie tenendo conto delle esigenze effettive e ricercando, nel confronto reale, la condivisione dei cittadini?

Si prenderanno decisioni pure per il recupero della gran quantità di territorio occupato da stabilimenti industriali dismessi, anche a due passi dalle Mura? Cosa potranno ad esempio diventare aree grandi come quartieri e complessi enormi come le ex Officine Lenzi e l’ex Mulino Pardini? E tante altre fabbriche abbandonate non molto più piccole? Si è tentato di incentivare l’iniziativa privata consentendo una gran quantità di destinazioni d’uso che ne consentisse il recupero. Laddove si è intervenuti, la scelta è stata di costruire piccoli quartieri con case, uffici e negozi che il mercato però non assorbe più. Cambierà qualcosa con le nuove norme urbanistiche in corso di definizione?

Ai tempi della giunta Lazzarini il bel progetto complessivo predisposto dall’equipe dell’architetto Insolera arrivò alla contrastata approvazione in consiglio comunale, ma non alla definitiva approvazione, impedita dal dissenso di parte della maggioranza. Fu una grande occasione persa e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ora i tempi sono davvero stretti per dare alla città il progetto di rilancio e rivitalizzazione decisivo per il suo futuro.