Lucchesia, “isola rossa” che tenta di resistere

Riuscirà la Lucchesia a rimanere con Firenze e Prato l’isola rossa, da bianca che era stata fino agli anni Novanta, nella Toscana ormai governata dal centrodestra e dal M5S negli altri capoluoghi? Una risposta che sprona e spinge il popolo del centrosinistra a non abbattersi e a riattivarsi con impegno in vista delle prossime tornate elettorali (su tutte le comunali di Capannori l’anno prossimo) arriva dal sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini. Sotto attacco da parte delle forze del centrodestra e del M5S e di commentatori che. alla luce del voto delle recenti politiche e amministrative, lo definiscono un sopravvissuto dallo tsunami che ha spazzato via il Pd dalle città e per questo lo ritengono non più legittimato a governare, alla luce del trend elettorale che non gli permetterebbe – sostengono – di essere eletto nemmeno con i pochi voti scarto avuti nel 2017, Tambellini replica che invece da Lucca arriva il modello che può essere ancora vincente per il centrosinistra. A Barbara Antoni de “Il Tirreno” spiega che, uniti come si è riuscito a fare a Lucca, Pd, forze dell’arcipelago della sinistra e liste civiche possono ancora far fronte all’avanzata di centrodestra e M5S. Un po’ sulla linea di Zingaretti e altri aspiranti salvatori del Pd, ma non sorprende una posizione del genere in un sindaco che renziano non è ed ha le sue gatte da pelare nel convivere con il plenipotenziario, in Lucchesia, senatore Andrea Marcucci, elemento di punta della galassia renziana.
Nell’intervista Tambellini illustra anche la ricetta per continuare a vincere: vera unità di intenti tra tutte le forze del centrosinistra e della sinistra, dialogo, ascolto e inclusione. Sembra di leggere l’articolo di Mario Lancisi scritto sul Tirreno nel 2008, alla vigilia delle elezioni del 2009, che riportava le dichiarazioni dell’allora segretario regionale del Pd, Andrea Manciulli (poi defenestrato dal nuovo corso), secondo il quale per evitare di perdere era necessario che la classe dirigente del partito pensasse meno alla carriera personale e fosse più vicina alla gente, prendendo i voti con umiltà e grazie all’ascolto e al dialogo.
Una ricetta giusta e scontata, ma quasi mai seguita dai cuochi del Pd, sempre più altezzosi e autoreferenziali, tendenti a rinchiudersi nel bunker del potere con i più fedeli yesmen (non sempre i più capaci) e a non accettare il dialogo, almeno non con chi ha visioni diverse e si permette di esprimere altre soluzioni ai problemi, anche con spirito costruttivo. L’inclusione, in questo caso, è una chimera e il distacco dalla gente comune, dall’elettorato, una realtà che porta rapidamente alla sconfitta.
Un riprova di quanto nel Pd e nel centrosinistra sia davvero condiviso il pensiero, quanto meno enunciato, da Tambellini arriverà presto nella Lucchesia “rossa”, dove nella prossima primavera si voterà per scegliere il sindaco di Capannori. L’attuale primo cittadino, Luca Menesini, che è anche presidente della Provincia, è già in campagna elettorale, attivissimo. Come Tambellini, crede nel progetto dell’unità e dell’inclusione e i suoi afflati renziani si sono assai stemperati negli ultimi tempi. Fatto che una parte potrebbe agevolarlo, dall’altra porgli problemi. In ogni caso una alternativa a Menesini il Pd non ce l’ha, mentre il centrodestra affila le armi sicuro, come il M5S, di poter strappare alla sinistra anche il Comune di Capannori.
Molto attivi sono in particolare Lega e Fratelli d’Italia, che vorrebbero contendere stavolta la candidatura a sindaco a Forza Italia, dopo 15 anni di sconfitte degli azzurri. In tutta la Lucchesia (a differenza della Versilia dove il senatore Mallegni riesce a imporre la sua linea) Forza Italia da tempo appare quasi assente. A Bagni di Lucca, dove il Comune è passato al centrosinistra appoggiato anche da liste civiche di segno contrario, c’è addirittura un candidato sindaco di Forza Italia, sconfitto nel 2017, che molto spesso vota insieme alla maggioranza, mentre assai più critica è la Lega.
In un quadro del genere, è da vedere se le forze del centrodestra riusciranno ad accordarsi per una alleanza solida su un candidato condiviso e se il M5S riuscirà in sede locale a ripetere l’exploit delle politiche. In questo caso la partita per Menesini sarebbe davvero difficile, mentre avrebbe buone possibilità di conferma se, soprattutto il centrodestra, procedesse nel latente conflitto per definire candidature e leadership.
Una situazione che si torna ad avvertire a Lucca. Nel 2017, con le forze di centrodestra ai minimi termini e lacerate da guerre intestine, uscì dal cilindro la candidatura del giornalista Remo Santini il quale, puntando soprattutto sull’apporto delle liste civiche e sulla società civile e cercando di lasciare in secondo piano partiti logori e quasi scomparsi, riuscì ad arrivare a un soffio dal successo, perso per pochi voti. Quasi subito però i partiti tradizionali del centrodestra fecero capire di non essere intenzionati a riconoscere Santini come guida dell’intera area, mantenendo in consiglio gruppi autonomi. E le distanze, se non le fratture, sono aumentate dopo il successo alle politiche di marzo. Ora soprattutto Fratelli d’Italia e Lega tornano a fare la voce grossa, vanificando gli sforzi di Santini per tenere unito il centrodestra e portare avanti un’opposizione più concreta e incisiva.
I partiti tradizionali del centrodestra disconoscono oggi la legittimazione del sindaco Tambellini, ma se per un qualche motivo si tornasse presto al voto avrebbero in Lucchesia le loro difficoltà a battere il centrosinistra, nel caso andasse davvero avanti il progetto di unificazione, dialogo e inclusione invocato dal sindaco uscente. Ad oggi, reali alternative alla candidatura “federativa” di Santini non si intravedono, mentre si legge chiaramente lo scontro sulla leadership tra i diversi partiti della coalizione. Sarà tra pochi mesi Capannori a mostrare se il centrodestra sarà stato capace di rimuovere questa situazione e presentarsi davvero unito a sostegno del candidato condiviso, e se il M5S sarà stato capace di preparare sul territorio una classe dirigente in grado di conquistare il Comune. Condizioni obbligate per evitare il secondo mandato di Menesini che, al momento, appare tutt’altro che spacciato