“Milena cara” : le lettere ritrovate della famiglia ebrea

Ci sono voci che tacciono per decenni, sovrastate dal ruggito delle grandi tempeste del Novecento. Parole tracciate con pennino e inchiostro, affidate a fogli di carta velina che hanno volato sulle rotte transatlantiche. Da Caracas a Firenze per lo più. Ma la diaspora della famiglia comprende anche Londra, Svizzera, Stati Uniti… Storia di uomini e donne ebrei, espulsi dal lavoro e dalla scuola, isolati, vessati, derubati e costretti alla fuga per sottrarsi allo sterminio. Il libro racconta dei Paggi-Sermoneta, italiani della buona borghesia trasformati in reietti dalle leggi razziali. Alla fine di questa via crucis, si salveranno tutti (tranne un figlio, partigiano che morrà di tifo in Jugoslavia) ma niente sarà più come prima. Resterà in eterno un debito di vita che non può essere risercito.

Vera Paggi, giornalista e scrittrice, nipote di Milena Sermoneta e Bruno Paggi , ha ricevuto le lettere dalla zia Carla Paggi Colussi che le aveva conservate gelosamente nel fondo di un armadio, un fascicolo di un centinaio di corrispondenze insieme ai due diari scritti della mamma, quando riuscirono a mettersi in salvo in Svizzera. Solo nel 2012, il bisogno di tramandare la memoria supera il dolore e zia Carla decide di passare il testimone a nuove e più giovani mani. 

Quelle lettere si riferiscono agli anni che vanno dal 1939 al 1952, comprendono quindi la vergogna di San Rossore, il macello della guerra, il lento ritorno a casa dei sopravvissuti. Di tutto questo non troverete una sillaba. Una cupa mestizia avvolge questi messaggi senza però mai rivelarsi in tutto il tragico clamore del tempo. Inutile scriverne, l’occhiuta censura avrebbe cancellato ogni traccia. Il dramma si disvela più nelle parole taciute che in quelle scritte. Si insiste sui soldi che non bastano mai, di “pane duro” da conquistare in quelle terre ostili, alternando mestizia, speranza a disperazione. Si parla d’amore e, soprattutto, di lontananza. La volontà ferrea di non rompere il filo di un legame, di non frantumare il senso di una famiglia che avrebbe potuto essere agiata e felice.

Bruno scrive all’amata moglie Milena, la madre dei suoi sette figli. Non c’è spazio per smancerie, non siamo certo sul set di C’è Posta Per Te. La povertà e la morte caminano al suo fianco. In Europa piovono bombe e fumano i camini di Auschwitz. E i protagonisti sono reietti non solo dove la barbarie impera. 

“Cara Milena niente di nuovo”, “Cara Milena non ci sono novità”: più di una lettera dal Venezuela inizia così. Frasi banali ma che, in quel contesto, suonano come pugnalate al cuore. Significa che la situazione non migliora, semmai si aggrava. E’ la quotidianità dell’esule fuggiasco, il senso di vite che procedono al buio. C’è solo un filo che regge la speranza: la coscienza d’essere ancora una famiglia, divisa e distante, ferita ma non spezzata. Una famiglia contro tutto e tutti. 

L’incipit è sempre uguale: “Cara Milena”. Sono andate perdute le lettere che la moglie ha spedito al marito ma è facile immaginare iniziassero con “Caro Bruno”. I due si ritroveranno infine a Firenze e poi a Pisa dove il professor Paggi tornerà a insegnare all’Università e fare il chirurgo al Santa Chiara. Nel 1949 riuniranno la famiglia, nel ’51 Bruno muore. L’anno seguente si ammala Milena.

Sessant’anni dopo, la nipote aggiunge il suo tributo di memoria: raccoglie le lettere, le trascrive, consegna gli originali al Centro Documentazione Ebraica di Milano, le pubblica in un libro. Poteva fare di più? Sì, l’ha fatto: ha dedicato il volume a Noa e Sofia, le sue due nipotine. La memoria non si ferma. La famiglia Paggi-Sermoneta continua.

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