Negozi storici, la crisi non risparmia nemmeno Tenucci

Sembra proprio senza scampo la secolare tradizione del commercio nel centro storico di Lucca dove, fino a una decina di anni fa, i circa 750 negozi gestiti da generazioni di famiglie lucchesi, assicuravano intorno ai 5.000 posti di lavoro, rappresentando la prima economia della città,  accanto a quella del distretto cartario. Se arriva a chiudere, sotto la mannaia di Equitalia che vanta un credito superiore ai 900.000 euro, anche un negozio della fama dell’abbigliamento “Tenucci”, da 152 anni attivo nella centralissima via Fillungo, vuol dire che la crisi del commercio tradizionale è davvero grave, forse senza ritorno.

Nemmeno in una città dove non manca chi gode più delle disgrazie altrui che dei successi propri può far gioire assistere, giorno dopo giorno, alla cessazione in serie delle attività nei negozi della tradizione, compresi i pochi, una quindicina, che hanno resistito in splendidi locali spesso stile Liberty, i cui arredi, ma solo quelli, sono vincolati dalla Soprintendenza.

A comprare a Lucca, da tutta la Toscana e non solo, la gente veniva per questi esercizi nei quali imperavano qualità, professionalità, ambiente, atmosfera e cortesia, il tanto rinomato “garbo” dei lucchesi. Era una festa per gli occhi girare in via Fillungo e nelle altre strade del “quadrilatero d’oro” intorno a Piazza San Michele, in un centro commerciale naturale ante litteram, dove si poteva trovare di tutto.

A partire dagli anni Ottanta, con un ritmo più accelerato, quelle attività sono progressivamente scomparse, cacciate dalle grandi catene disposte a pagare cifre da capogiro per gli affitti dei fondi, insostenibili dalle gestioni familiari. E sempre più rapidamente la città ha perso la sua immagine, la sua identità, la sua anima.  Senza che alcuna amministrazione nemmeno tentasse di attuare politiche che evitassero l’omologazione del tessuto commerciale, ormai a Lucca uguale a quello di tante altre città; senza che nemmeno ci si preoccupasse di vedere se era possibile applicare la legge regionale che tutelava dall’arrivo di attività non confacenti le zone architettoniche di particolare pregio; senza che si attuassero serie politiche volte a frenare la perdita di uffici, servizi e funzioni che portavano clientela e linfa vitale ai negozi; senza che si incentivasse in alcun modo il recupero di residenza in un centro storico passato dai 27.000 abitanti del censimento del 1951 ai meno di 9.000 registrati a fine marzo 2016.

Se si aggiungono i potenti mutamenti portati nel commercio dalla pratica sempre più diffusa degli acquisti on line, è facile comprendere come dentro le Mura non possano avere più grandi prospettive attività che, solo grazie alla qualità e alla specializzazione, erano riuscite a resistere all’ondata di aperture di centri commerciali diffusi su tutto il territorio.

Dispiace, ma non stupisce, registrare che alla chiusura è arrivato anche “Tenucci”. Sconforta, ma non stupisce rilevare che è ancora tristemente chiuso il Caffè Di Simo, frequentato da Pascoli, Puccini, Ungaretti, Pea, Mascagni e tanti altri personaggi della cultura. Rattrista, ma non stupisce constatare che ormai l’immagine storica del commercio lucchese è legata a qualche gioielleria (Carli, Pellegrini, Chiocchetti) e altre rarità rimaste, come il negozio di granaglie Prospero, i panifici Giusti e Casali, la pasticceria Taddeucci e pochissime altre.

Si poteva fermare questo trend? Era ineluttabile che al posto delle attività della tradizione arrivassero a frotte negozi di intimo, bigiotteria e souvenir e tutta la stenderia di esercizi per la ristorazione veloce, preconfezionata, che serve il turismo mordi e fuggi?

Certo, il progresso (ma è questo il progresso?) non si ferma, come si limitano a constatare amministratori che potevano fare e non hanno fatto. Di sicuro non lo possono fermare ordinanze che cercano di limitare i kebab per favorire la ristorazione locale (sembrano satira involontaria) spazzata via da italianissimi fast-food e friggitorie. Né moratorie tardive che tentano di evitare che ogni buco diventi un esercizio per la somministrazione veloce, chiudendo la stalla quando i buoi sono scappati da tempo.

Una situazione che sconforta associazioni di categoria e imprenditori che vivono di turismo, preoccupati per la perdita di appeal di un centro storico sempre più dozzinale e ormai uguale a tanti altri, nella sua immagine commerciale. Ma per salvare il salvabile servirebbe qualcosa di più della rassegnazione.

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