Non mi piace quello che dici e se ci sono gli estremi ti querelo. Parola di sindaco

La tua opinione non mi piace e ora m’informo: se ci sono gli estremi, ti querelo. E’ il sunto estremo di quanto sta accadendo a Cecina, provincia di Livorno, dove il sindaco Samuele Lippi cerca nuovamente di regolare il dissenso per via giudiziaria, ancora convinto che il reato d’opinione sia penalmente e civilmente perseguibile. Il potenziale inquisito è Lorenzo Gasperini, esponente della Lega Nord (ma eletto consigliere comunale in uno schieramento civico) il quale, a dire il vero, fino a pochi giorni fa non faceva mistero di trovarsi spesso in sintonia con il sindaco eletto nella fila del Pd. Come sulle telecamere, di cui Cecina è fornita come se fosse Gotham City e non un paese di provincia dove i reati, eccezion fatta per alcuni picchi, sono nella media italiana Al centro della diatriba una trasmissione di Retequattro, Quinta Colonna diretta da Paolo Del Debbio, lunedì scorso confezionata peggio di sempre con la Santanchè che andava a provocare in un campo rom della Capitale (al seguito un codazzo di poliziotti che nemmeno Mattarella). Due brevi collegamenti con Cecina, propiziati dallo stesso Gasperini, in cui si parlava dei problemi di ordine pubblico e sicurezza del territorio. Certo, non sono mancati i toni enfatici e le esagerazioni, però si è trattato di una manciata di secondi, di cui nessuno si ricorderà a lungo, vista la consistenza attenuata dell’informazione via tivù, la ritualità dei temi trattati e la durata del collegamento. Ma tanto è bastato a Lippi per un apocalittico “valuteremo se ci sono gli estremi per adire alle vie legali”, ipotizzando che le dichiarazioni di Gasperini in televisione ledano all’immagine turistica della città.

Check-point Cecina.  Lippi è molto orgoglioso delle 37 telecamere che, a suo dire, blinderanno tutti gli accessi al paese. Chi arriva a Cecina sarà spiato a sua insaputa. E se anche non è chiaro chi tratterà dati tanto sensibili né con quali regole e nemmeno quale destino toccherà ai materiali visionati e valutati irrilevanti, chi entra a Cecina subirà una silenziosa ma rigorosa registrazione. Fu proprio il sindaco a annunciarlo tempo fa, garantendo che i furti sarebbero diminuiti. Check-point ovunque, insomma, come fossimo a Beirut o a Falluja: le targhe delle auto sono filmate e visionate (non si capisce da chi, visto e considerato che l’organico dei vigili urbani è ridotto all’osso) e i veicoli sospetti subito individuati. Ma quand’è che un’auto è sospetta? Presumibilmente quando è come quella di quella di Macchia Nera, che sfreccia imprendibile per le strade di Topolinia. Viceversa quando è affidabile? Risposta ovvia: quando ricorda la 313 di Paolino Paperino. A meno che, volendo uscire dal mondo disneyano, si voglia pensare che i ladri e i malfattori in genere siano selezionati dall’internazionale del crimine in base alle loro scarse doti intellettive: prima rubano un’auto, quindi attendono che i dati siano inseriti nei circuiti delle forze dell’ordine, infine scelgono Cecina per i loro raid.

La mistica delle telecamere.  Tutti s’improvvisano sceriffi, spinti dalla ricerca ossessiva del consenso. I furti in abitazione aumentano (secondo la questura di Livorno a Cecina +36% nel periodo nel periodo tra il 15 aprile 2015 e il primo maggio 2016) a dispetto delle telecamere le quali, nonostante la mistica che le accompagna, hanno solo una blanda funzione preventiva. Ai ladri basta agire fuori dal raggio di azione dell’occhio elettronico. Oppure celare i loro lineamenti con un berrettone, coprire la targa delle auto e il gioco è fatto. Come accadde di recente a Rosignano, quando una tabaccheria fu svaligiata sotto l’occhio attento alle telecamere. A Pisa, invece, avvenne una cosa ben più grave: un omicidio in corso Italia, con le riprese video che fissarono nitidamente la morte del povero e inerme cuoco cingalese a causa di un pugno sferrato (senza ragione) da un passante. Il sistema di video-sorveglianza, in questo caso, non riuscì a prevenire il crimine. Fornì solo indizi e prove sull’assassinio, cosa di per sé assai importante. Ma prima che i frame fossero individuati ed estratti, che il volto fosse legato a un nome e le ricerche iniziassero, l’assassino era già tornato a Tunisi. Ora è latitante in un villaggio berbero alle pendici dell’Atlante.

Il rebus delle immagini. Beninteso, le telecamere qualcosa fanno, una piccola utilità ce l’hanno. Però sono un ripiego, non la soluzione a un problema di per sé difficilmente risolvibile: servirebbero meno tagli alle forze dell’ordine, più poliziotti di quartiere, più pattuglie in giro per la notte, soprattutto in un periodo come questo in cui il disagio sociale aumenta in misura direttamente proporzionale agli episodi di marginalità (e di micro-criminalità) anche in provincia. Tanto più che la completa videosorveglianza del territorio e un’utopia e quella parziale, vista la progressione dei furti, assume il sapore di uno spot elettorale fuori tempo. Anche perché pone problemi elementari. Al di là del controllo remoto e delle sue difficoltà, è prevista una pulizia degli obiettivi per impedire che pulviscolo e salsedine offuschino le immagini? Chissà, nessuno lo spiega. Come nessuno dice niente se il circuito del grande fratello cecinese rispetta le prescrizioni della legge 675/96 (conosciuta come legge sulla privacy) che, tra le altre cose, prevede che le zone videosorvegliate siano indicate con chiarezza a ridosso degli impianti. Sarebbe interessante conoscere il parere del Garante.

La piazza in televisione. Piazza Gramsci, che i giovani militanti della Lega Nord hanno eletto luogo simbolo del degrado legato alla micro-criminalità, è sotto l’occhio vigile di due telecamere, cui ne vanno aggiunte altre tre orientate verso la contigua piazza della Stazione. Forse non servono, visti i gazebo dei seguaci di Matteo Salvini e le dirette televisive. D’altronde lo stesso Lorenzo Gasperini fu tra i primi a chiedere che Cecina fosse video-sorvegliata e la sua proposta piacque così tanto al sindaco Lippi che, spinto dal malessere dei cittadini vittime di furti, decise di spendere 76mila euro di soldi pubblici per mettere sotto controllo il territorio comunale. Per ora si tratta di un investimento improduttivo, come dimostrano i dati forniti dalla questura di Livorno. E piazza Gramsci, elevata a simbolo negativo, diventa terreno di scontro ma anche simbolo di intolleranza: dei leghisti verso gli immigrati (questa non è una novità) e del sindaco che promette denunce verso chi non la pensa come lui (e nemmeno questa è una novità). Intanto, giusto per mostrare un altro po’ di muscoli, la polizia municipale ha fatto sapere che multerà la troupe di Quinta Colonna per occupazione abusiva di suolo pubblico, dando a una vicenda grottesta un’interpretazione ancor più strampalata. Sul Tirreno scrivono che per questo il sindaco Samuele Lippi gongoli. Non si capisce cosa ci sia da gongolare, ma pare che gongoli.

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