Nubifragio a Livorno, la tragedia e il balletto delle irresponsabilità

di FILIPPO PETROCELLI

Nel disastro di Livorno e negli sconcertanti siparietti che l’hanno seguito c’è un dato incontroveribile: il sindaco Filippo Nogarin, l’autorità preposta a coordinare le attività di protezione civile sul territorio comunale, quella notte non era presente. Perché, non è dato saperlo. Forse dormiva, ed è stato svegliato dal suo capogabinetto solo alle 6.45 di domenica mattina quando il dramma si era già consumato, come ha affermato in un comunicato stampa di giovedì 14 settembre. Forse invece, come ha raccontato in una emblematica intervista rilasciata il giorno prima a Michela Berti del Telegrafo, stava togliendo l’acqua dallo scantinato di casa sua allagato e non si è reso conto di ciò che gli succedeva intorno. Voleva telefonare ma non aveva campo, per nessuno dei due telefoni a suo disposizione; poi voleva uscire ma non riusciva ad aprire l’avvolgibile elettrico, né il cancello, per via del black-out. Insomma, un insieme di circostanze sfavorevoli che lascia interdetti.

Solo dopo le 7.30 di domenica mattina Nogarin, “senza aver preso neanche un caffè” come ha dichiarato ai Tg e senza una lacrima per i concittadini morti, si è fatto vivo negli uffici dove per tutta la notte soltanto un tecnico reperibile aveva tentato di raccapezzarsi in mezzo agli elementi naturali scatenati.

Secondo una ricostruzione affidabile, a un certo punto nella sala operativa si è trovato da solo il geometra comunale Luca Soriani. I suoi diretti superiori – Michela Pedini e Riccardo Stefanini – erano in ferie. Riccardo Pucciarelli, comandante della polizia municipale e dirigente della protezione civile comunale, vive fuori Livorno ed era a casa. A un certo punto Soriani, pur di avere a disposizione una base e un supporto, si è spostato dai vigili del fuoco. La sala operativa è rimasta vuota quando Soriani è uscito, come scrive nel report, per controllare la situazione. La gente chiamava, chiedeva aiuto e non rispondeva nessuno.

Eppure poche settimane prima il sindaco Nogarin, nella sua strombazzata rivoluzione di mezza estate della macchina comunale, di fatto aveva smantellato il dipartimento di protezione civile. Il dirigente Leonardo Gonnelli, quindici anni nella protezione civile e una fama di persona competente e scrupolosa, oltre che lavoratore indefesso, è stato spedito al traffico. Non solo, il grosso del suo staff fatto di geologi e geometri esperti, è stato disperso in altri uffici. La protezione civile di fatto è stata derubricata a sotto-ufficio della polizia municipale, e Pucciarelli non ha fatto in tempo ad attrezzarsi con i tecnici rimasti e probabilmente a prendere contezza di quello che rappresenta un ufficio del genere.

Una spiegazione razionale di tutto questo non c’è. I rumors vogliono che Gonnelli sia considerato troppo legato alla precedente amministrazione e amico personale dell’ex sindaco Alessandro Cosimi. Pare poi che a Livorno il sistema di Alert system (messo in piedi dall’ex dirigente del settore) ovvero l’allerta telefonica che scatta a seguito delle allerte della protezione civile regionale, non può essere diramata se non “sentito il sindaco”. E quella notte il sindaco, come si è detto, non c’era.

Una motivazione ufficiale dell’emarginazione di Gonnelli e dello smantellamento del suo ufficio non c’è. Ma è evidente che si è sottovalutata l’importanza di un sistema comunale di protezione civile strutturato, in grado di monitorare il territorio dopo le allerte, e gestire le emergenze, avvisando la popolazione. In casi estremi, di evacuarla.

Resta l’incredulità e il dolore per quelle persone che sono morte: Martina, la giovane travolta nella sua casa e portata dalla furia dell’acqua a chilometri di distanza, la famiglia Ramacciotti, mamma, babbo e un bambino (solo la piccola Camilla di tre anni è stata salvata da un vicino, mentre il nonno tentava l’impossibile ed è annegato a sua volta). Amarezza e impotenza per tutti quelli che hanno letteralmente perso case e attività. E sono tanti.

Certo, l’evento meteo è stato enorme, talmente grande che danni ingenti ci sarebbero stati comunque. Forse se si fosse invitato, con l’allerta telefonica, o con le pattuglie di vigili muniti di megafoni, la gente ad abbandonare i piani bassi delle case, come ha fatto invece il sindaco di Collesalvetti, qualcuno poteva salvarsi. Chissà. Resta il fatto che a Livorno nessuno ci ha nemmeno provato ad avvertire dell’imminente pericolo.

A coronamento del tutto, l’attacco pronti via tramite Tv, comunicati stampa e social del sindaco Nogarin alla Regione, rea di emanare un giorno sì e uno no un’allerta arancione (“e poi a volte non è caduta nemmeno una goccia d’acqua”); la risposta piccata al vescovo, reo di aver chiesto perché la città non era stata avvisata (“lui si occupi delle anime”); la gaffe, davvero infelice in diretta tv (“io non sono mica venuto giù con la piena”, crudele per i parenti di chi, come la giovane Martina, con la piena è stata davvero trascinata dalla collina fino al mare). E infine il caso – inaccettabile vista la tragedia – del comunicato stampa sbagliato (titolo: “Nubifragio, così si è mossa la protezione civile comunale”), che ha portato a dimissioni del portavoce, ritiro delle dimissioni ed ennesimo scaricabarile.

Vale la pena di soffermarsi su questo curioso girotondo comunicativo. Mercoledì in tardo pomeriggio l’ufficio comunicazione e marketing del Comune spedisce una nota con il report delle attività svolte dalla protezione civile nella notte tra sabato 9 e domenica 10 settembre. Il report si conclude alle 22 e qualcosa, quindi i giornali il giorno escono con la notizia che la protezione civile da una cert’ora in poi non aveva fatto più nulla. Colpo di scena, si dimette il portavoce del sindaco Tommaso Tafi, dichiarando che del comunicato erroneamente non ne era stato inviato un pezzo, assumendosi tutta la responsabilità dell’errore e del danno di immagine causato alla protezione civile del Comune che invece aveva “affrontato l’emergenza con professionalità, tempismo e coraggio”.

A seguire viene mandato alla stampa il comunicato completo (leggi qui). Da cui peraltro si evince la solitudine del povero tecnico reperibile. Passa qualche ora e Nogarin respinge le dimissioni di Tafi, anzi, il suo gesto nobile (“Un errore può capitare a chiunque”) puntando invece il dito sul suo capogabinetto, Massimiliano Lami, e rettificando parzialmente la ricostruzione del comunicato con il report della notte drammatica: “Voglio però precisare, rispetto alla ricostruzione effettuata dalla Protezione civile – afferma il primo cittadino –  che io sono stato avvertito del disastro per la prima volta dal mio capo di gabinetto, Massimiliano Lami, alle ore 6.46”. Vale a dire che mentre toglieva l’acqua dal suo scantinato non gli era venuto in mente di informarsi di come stesse il resto della città. Ma tant’è.

E le curiosità non sono finite. Pure il dirigente della protezione civile, Riccardo Pucciarelli, fa la sua bella precisazione sul comunicato con il report della protezione civile, evidentemente senza averlo riletto prima di inoltrarlo. Infatti si legge nel comunicato: “Le operazioni in cooperazione con i VVF si svolgono tra le ore 04.10 e le ore 7.30 circa presso la sala operativa VVF. In questo periodo di tempo il referente della protezione civile segnala l’evolversi della situazione sia al dirigente della protezione civile Pucciarelli sia al sindaco”. Pucciarelli, da parte sua, si contraddice: “Preciso che nel periodo di tempo sopraindicato (tra le ore 4,10 e le ore 7,30) non ho ricevuto alcuna comunicazione telefonica da parte della protezione civile, né vi è stato alcun tentativo di contatto telefonico registrato sul mio numero di cellulare”.

Si bisticcia, ci si rimpalla la responsabilità, si gioca a flipper con i comunicati stampa, senza una parola di cordoglio per i morti e per i livornesi che hanno perso casa e attività. Chi si aspettava le dimissioni del sindaco, resterà deluso. Certo non ha colpa Nogarin dell’evento meteo eccezionale, dei mesi di siccità che hanno fatto scivolare l’acqua sul terreno come se fosse stato di marmo, dell’edificazione eccessiva sulle colline livornesi e dei fiumi tombati decenni prima. Ma ricordiamoci che Livorno ha già una storia da raccontare in cui la mancanza di una organizzazione per fronteggiare situazioni di emergenza è finita in una disastro: “Moby Prince, 140 morti, nessun colpevole”.

Qualcuno la responsabilità di non aver avvisato e di non aver messo in atto le procedure previste dalla legge in materia di protezione civile se le dovrà pur prendere. O no?