Ops, il Comune si dimentica di qualche legge ma tanto poi dà la colpa al garante

Se il bando di concorso per un capo ragioniere a tempo determinato ha come presupposto una modifica allo statuto per essere espletato, si emana prima il bando o prima si modifica lo statuto? A rigor di logica si modifica lo statuto comunale dopodiché si emana il bando. Chissà perché al Comune di Cecina hanno fatto il contrario: prima il bando, poi lo statuto. E se la legge prevede un meccanismo secondo cui per modificare lo statuto serve una maggioranza qualificata (pari ai 2/3 dei componenti approssimata per eccesso) alla prima votazione e la maggioranza assoluta alla seconda e alla terza, il tutto entro il termine di 30 giorni, è legittimo che il provvedimento sia approvato solo al 31° giorno, ovvero a tempo scaduto? Anche in tal caso, a rigor di logica, la risposta è ovvia: è fuori tempo, se illegittimo o meno sarà la disputa tra termine perentorio e ordinatorio a chiarirlo. Il tutto per riassumere che la seduta convocata alle 19,30 del 31 ottobre, con all’ordine del giorno il solo punto delle modifiche allo statuto comunale (in quarta votazione), che avrebbe dovuto risolversi in quattro e quattr’otto, è durata più di due ore, con un’interminabile sospensione che ha messo a dura prova la tenuta della maggioranza del Pd. I testimoni, infatti, raccontano che le urla oltrepassavano la porta della stanza in cui i consiglieri piddini si sono riuniti e alcuni hanno pensato che la giunta Lippi, da tempo senza bussola, fosse giunta al capolinea.

È stata Pamela Tovani, capogruppo di Cecina Civica, a sollevare la questione con abbondanza di argomenti: “L’articolo 6 del testo unico degli enti locali prevede che per modificare lo statuto comunale serva il voto favorevole dei 2/3 dei consiglieri assegnati, ovvero includendo anche gli assenti. Se la maggioranza non viene raggiunta, la votazione è ripetuta in successive sedute da tenersi entro trenta giorni e lo statuto è approvato se ottiene per due volte il voto favorevole della maggioranza assoluta dei consiglieri assegnati”. Ebbene, secondo Tovani i trenta giorni erano abbondantemente trascorsi, sia rispetto alla seduta del 28 luglio scorso (quando il sindaco Lippi ritenne, sbagliando, di aver raggiunto la maggioranza qualificata con il sostegno dei pentastellati) sia rispetto a quella del 30 settembre: “Decorso infruttuosamente il termine, bisogna ripartire dall’inizio”. Già, ma come si fa se proprio oggi, 2 novembre 2017, è fissata la prova orale per l’assunzione a tempo determinato del dirigente, che dovrà prendere il posto del capo-ragioniere Eugenio Stefanini emigrato a Cinisello Balsamo per conflitti insanabili con il sindaco Lippi? “Il bando si basa su un presupposto inesistente – ha aggiunto Tovani – e quindi non poteva essere emanato. Noi vogliamo la nomina del dirigente, ma vogliamo fare le cose in regola e questo atto è illegittimo; andremo avanti fino a quando i consiglieri che approveranno quest’atto saranno citati per danno erariale”.

Paolo Barabino, capogruppo di Forza Italia, ha rilevato che “quando si lascia l’alveo del diritto, ogni cosa diventa incerta. E qui ci sono molte incertezze. Non sono cavilli, ma gravi violazioni di legge. È singolare che prima si faccia il bando e poi si cambi lo statuto. I 30 giorni sono stati superati, l’atto ha il sapore dell’illegittimità”. E il segretario comunale, Lucio D’Agostino, dopo aver premesso che secondo lui l’atto è adottato nei termini, ha spiegato che sulla perentorietà il dibattito è aperto. Il sindaco Lippi, ribadendo con enfasi che lui lavora alla Coop e non fa l’avvocato, ha tenuto a precisare che il consiglio comunale non fa atti illegittimi. Quindi ha ricordato che la figura del ragioniere capo è indispensabile, perché il bilancio andrà approvato entro il 31 dicembre altrimenti saranno i cecinesi a farne le spese. Ha concluso ipotizzando un boicottaggio e confondendo la corte costituzionale con il consiglio di Stato. Ma sarà stato un lapsus.
A questo punto la pausa, cinque minuti di pausa chiesti dal consigliere Edoardo Battini. Ho già scritto come è andata: un conclave di oltre un’ora con le urla che si sentivano, ovunque, distinte. La maggioranza ha traballato e quando, alla fine, i consiglieri del Pd sono usciti fuori dalla stanzetta, i volti erano tirati come corde di violino. Solo il consigliere Nicola Imbroglia ha fatto una breve dichiarazione di voto, dicendosi sicuro che il termine previsto dalla legge è ordinatorio e non perentorio, senza rinunciare a polemizzare con Fabio Stefanini, ex consigliere del Pd, di fatto espulso dal suo partito e ora capogruppo di “Per Cecina”. Un refrain stucchevole. La votazione è scontata: Tovani non partecipa al voto, il gruppo Forza Italia (Barabino, Pistillo e Vecchio) votano contro, al pari di Fabio Stefanini.

Post scriptum. Fin qui ho voluto fare una cronaca del consiglio comunale vecchia maniera. Aggiungo, a quanto scritto sopra, che il 27 ottobre il consiglio comunale non poté approvare il piano della costa perché mancava la relazione del garante dell’informazione. Mancanza grave per una pubblica amministrazione, poiché come ha osservato Paolo Barabino “non si tratta di un cavillo, ma di una grave violazione della legge”. In pratica, non c’era la garanzia che i percorsi partecipativi fossero stati espletati come prescritto: ciò che riguarda la vita del territorio dev’essere condiviso, conosciuto e partecipato dalla popolazione che vi risiede, affinché gli atti relativi al territorio salvaguardino interessi individuali e collettivi. In assenza della relazione, chi può certificare che vi siano stati i passaggi necessari? Il Comune, ovvero il sindaco, ha svolto incontri pubblici con i cittadini in cui ha presentato il piano? La costa è un bene collettivo, non può appartenere solo a categorie particolari di persone. Il garante previsto per legge avrebbe dovuto certificare tutto. In assenza di certificazione, l’atto sarebbe stato illegittimo e, per questo, è stato ritirato.

Una svista. Però dal Tirreno del 28 ottobre 2017, in un articolo a firma di Manolo Morandini, indirettamente traspare che la responsabilità sia proprio del garante, quando al garante – alla base della piramide gerarchica del Comune – nulla può essere addebitato perché nessuna relazione gli è stata chiesta da parte del responsabile del procedimento. Cosicché, quando è stato fatto il suo nome sulla cronaca locale, il garante ha ritenuto opportuno rettificare che a lui niente poteva essere addebitabile, presumibilmente a tutela della sua dignità professionale e per ristabilire la verità dei fatti. La cosa, ovvero la rettifica, non è piaciuta al sindaco Lippi, che durante i lavori del consiglio del 31 ottobre ha pronunciato frasi velatamente intimidatorie: “Ho letto le dichiarazioni di un dipendente comunale (il garante dell’informazione, ndc.) che diceva di non essere stato informato. Avrebbe potuto chiamare il dirigente e segnalarlo. Ma questo è un altro argomento, che verrà valutato in altra materia”. Niente, invece, a proposito del responsabile del procedimento e della sua svista, lasciando pensare alla classica applicazione del principio dei due pesi e delle due misure. A questo proposito Fabio Stefanini ha detto di non aver parole e Nicola Imbroglia l’ha redarguito usando il noioso refrain del transfuga. Viene da pensare che Lippi, anziché pensare al corto circuito della macchina amministrativa del proprio Comune (che prima di lui funzionava dignitosamente), più volte palesato, mediti qualche provvedimento disciplinare verso l’impiegato che ha avuto l’unico torto di difendersi. E viene da pensare che siccome i comunali gli sono ormai palesemente ostile tranne pochi corifei, voglia punirne uno per educarne cento. Mao Zedong è morto 41 anni fa, resta viva la scia del suo insegnamento.