Ora per Tambellini la sfida più difficile

Governerà, Alessandro Tambellini. Governerà, e nulla cambia che lo faccia disponendo appena del 25% dei voti degli aventi diritto e di 361 suffragi in più dello sfidante, Remo Santini (intenzionato peraltro a chiedere il riconteggio delle schede).  Il fatto che il 55% dei lucchesi abbia disertato le urne pone certamente pressanti e seri motivi di riflessione a forze politiche e liste civiche, ma alla fine chi non vota ha soltanto torto. Così come chi esprime disgusto e diffidenza per la politica, non senza ragioni, ma poi si rifugia nel proprio “particulare” e rifugge come la peste l’idea di un minimo impegno per la “polis” e la “civitas”, delegando di fatto la gestione della propria vita ad altri, pur non stimandoli.

Governerà dunque il sindaco uscente, come è democraticamente giusto, e come avrebbe governato con piena legittimità Santini, se il voto gli fosse stato favorevole.

Il problema è vedere ora “come” governerà una città che appare sfiduciata, rassegnata e divisa, anche se avrebbe a disposizione tutte le risorse e i requisiti per tornare ad essere davvero una piccola (nemmeno tanto) capitale: della cultura e dell’arte e quindi del turismo, del buon vivere, delle produzioni industriali leader nel mondo (cartario e metalmeccanico su tutte),  del commercio, dell’ambiente e della natura, della ristorazione e dei prodotti del territorio.

Due sono gli scenari e basteranno pochi giorni, forse poche ore, per capire quale sarà scelto. Se l’umore e il giudizio dell’elettorato è stato colto, ancora più che in passato Tambellini dovrebbe puntare su un progetto di città chiaro e leggibile, affidandone la realizzazione alle migliori competenze. Può trovarle nei partiti e nelle liste che lo hanno sostenuto (a partire dal Pd, che è l’azionista di maggioranza e il vero king maker, grazie anche alla tardiva, ma massiccia e concreta mobilitazione che per un soffio è riuscita ad evitare la frittata), ma può cercarle anche nella società civile. E non solo per le aziende e gli enti partecipati, come ha già fatto. Può insomma puntare in alto, il sindaco confermato, alzando il livello e la capacità della squadra di governo, dello staff che lo circonda, del personale nelle partecipate. Perseguire questo obiettivo sarebbe certo faticoso e difficile, anche per la scontata e prevedibile resistenza degli apparati di partito e pure dei candidati premiati dagli elettori. Ma Tambellini ha già dimostrato nel mandato trascorso che può trovare la fermezza, se vuole, per respingere proposte che non ritiene adeguate.

L’altro scenario – quello usuale, che piace meno agli elettori e che contribuisce non poco alla disaffezione dal voto – è la scelta della squadra di governo in base alle indicazioni secche o alle “terne” di nomi indicate da partiti e liste, spesso sulla base della “fedeltà” ai capi, prima ancora che per il numero di voti ottenuti. Una strada forse inevitabile, ma foriera di liti e contrapposizioni che, come in passato, non potrebbero non rallentare l’azione di governo, distraendo le energie dal fare per concentrarle nel conflitto interno. Se partiti e liste civiche davvero intendono operare nell’interesse della città, dovrebbero allora collaborare e dialogare con il sindaco, certo, ma lasciandogli alla fine un margine congruo di autonomia nelle scelte, abbandonando per una volta nel cassetto il manuale Cencelli della spartizione dei posti e delle prebende.

Qualunque sia la decisione presa, il compito che attende Tambellini e il nuovo esecutivo è impegnativo e ambizioso. Se nel primo mandato la priorità, innegabile, è stata quella di mettere a posto i conti e risanare un bilancio allarmante, ora la città si aspetta un’accelerazione nelle opere e nelle scelte per risolvere i problemi che si trascinano (e la frenano) da decenni. Non sarà semplice dare la risposta attesa con le risicate risorse finanziarie a disposizione e con una macchina comunale ridotta al lumicino. Senza forza lavoro e con il personale tecnico-amministrativo ridotto all’osso, è oggettivamente un problema non solo eseguire opere pubbliche e manutenzione ordinaria, ma anche assicurare il controllo dovuto sulle ditte che si saranno aggiudicate gli appalti per i lavori, oltre allo snellimento delle procedure e dei tempi per le pratiche burocratiche, a partire dall’edilizia e dal commercio, per arrivare al sociale, all’accoglienza e gli altri campi. Non ci si possono aspettare miracoli, ma è lecito attendere un segnale che indichi un cambio di passo e una migliore qualità dell’amministrare.

L’obiettivo può essere centrato se, dopo decenni di annunci ai quali non sono seguiti fatti in maniera sufficiente, si porrà davvero mano – come ricordato più volte – ai principali problemi che frenano il rilancio, sempre gli stessi: rivitalizzazione del centro storico con recupero di funzioni e scelte che portino al recupero di residenza e ad una più ampia fruizione; riorganizzazione delle frazioni e dei paesi; coordinamento delle politiche per cultura e turismo, con valorizzazione dei brand Puccini e città della musica, Mura e città del verde; progetti concreti per far rivivere il mercato del Carmine, anche come formidabile polo di attrazione e valorizzazione dei prodotti di filiera corta; opere concrete per arrivare non in decenni, ma in tempi rapidi, a ridurre traffico su gomma e smog, non solo allontanandolo dalle Mura; azione decisa per riportare la sanità pubblica a livello di decenza e dignità, e a servizi che abbiano a Lucca, e non in altri ospedali della provincia, il fulcro di prestazioni essenziali; predisposizione completa di norme per l’urbanistica e l’edilizia che tutelino il territorio e, portando all’effettivo stop a nuova cementificazione, rilancino ambiente, paesaggio e relazioni; azione per un’accoglienza adeguata e compatibile, che parta dal rispetto della dignità dei profughi e dalla considerazione per l’impatto che la loro presenza oggettivamente ha su quartieri e città. Diciamolo con franchezza: non può essere la tendopoli alle Tagliate la soluzione migliore.