Papa Francesco si è fermato a Barbiana

Qui di seguito riporto l’introduzione al mio libro PROCESSO ALL’OBBEDIENZA. Laterza, da giovedì 20 ottobre in libreria

 

Poco prima di morire, in uno dei suoi concitati rapporti con il cardinale Ermenegildo Florit, don Milani ad un certo punto se ne uscì con questa battuta: “Sa quale è la differenza, eminenza, tra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni…”.

Mezzo secolo dopo papa Francesco ha pareggiato il conto. Il 10 maggio 2014, in piazza San Pietro, in un discorso al mondo scolastico, sottolineando che il segreto della scuola è “imparare ad imparare” per educare i giovani ad essere aperti alla realtà, ha detto: “Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: don Lorenzo Milani”.

Per la prima volta il nome del priore di Barbiana, che la Chiesa fiorentina esiliò in una sorta di Siberia ecclesiastica e che il suo vescovo minacciò di spretare, ha risuonato nella piazza simbolo della cristianità. E qualche settimana prima papa Francesco aveva sottratto Esperienze pastorali, il primo libro di don Milani, dal cassetto dei testi proibiti per restituirlo al popolo di Dio come vangelo vissuto nelle strade operaie e comuniste di San Donato di Calenzano.

Michele Gesualdi, uno degli allievi più vicini al priore, ha raccontato di aver chiesto a quattro papi di abolire il decreto del Sant’Uffizio su Esperienze pastorali: ma nessuno ha voluto dare ascolto al grido di amore e dolore dei ragazzi montanari di don Milani.

Colpisce nel riconoscimento di Bergoglio la preminenza del ruolo civile di don Milani: “Un grande educatore italiano”. Il suo essere stato un prete viene dopo. Il che non toglie nulla all’identità di Lorenzo in quanto prete, ma sottrae la sua rappresentazione all’istanza clericale.

E forse non è un caso che sia stato un papa di nome Francesco a schiudere alla Chiesa la possibilità di cogliere il legame profondo tra Barbiana e Assisi. Come san Francesco, anche don Milani ha rinunciato alle vesti del privilegio culturale ed economico per abbracciare l’eresia di Gesù Cristo. Questa a noi pare la vera storia di don Milani.

Basta passare in rassegna le sue tre opere principali, per cogliere in Milani il tratto di profeta religioso e civile. Con Esperienze pastorali, uscito nel 1958, anticipò la riforma religiosa poi realizzata dal Concilio Vaticano II. Con L’obbedienza non è più una virtù (1965) affrontò con i suoi ragazzi i grandi temi della pace, in un mondo allora sull’orlo del conflitto atomico, della disobbedienza civile e del primato della coscienza.

Infine, con Lettera a una professoressa (1967), colse il clima che sfociò nel ’68 denunciando il carattere classista della scuola e affermando la funzione cruciale della cultura e della formazione per la costruzione di una società più giusta.

Sul filo della ricostruzione del processo a don Milani per la lettera scritta ai cappellani militari, questo libro cerca di offrire una chiave interpretativa, uno sguardo nuovo, sulla vita del priore di Barbiana: il processo all’obbedienza come conformità e acquiescenza al potere dominante nella Chiesa e nella società.Come sottrazione di responsabilità.

Ma anche la disobbedienza diventa mero esercizio di sottrazione di responsabilità, se non presuppone l’obbedienza ad un’istanza superiore.

Ai giudici del processo don Milani spiegò che “la scuola siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico”.

Il processo all’obbedienza svela così il senso profondo della vita e della proposta religiosa e civile di don Milani. Come anima segreta del progresso spirituale, culturale e politico dell’umanità