Pd: il caso Livorno che si trascina da anni

Ovosodo e gli altri quartieri dove abita il popolo senza più speranze, votano massicciamente contro il Pd e contro Renzi in particolare. Banditella, residenza di una borghesia poco produttiva e timorosa di perdere status e privilegi ormai considerati diritti, sostiene il renzismo rampante. Lorenzo Bacci – segretario del Pd labronico –  che tutti definiscono renziano della prima ora, soffre l’onta della sconfitta nel paese di cui è sindaco, a Collesalvetti.

Da due anni e mezzo Nogarin e M5S governano la città con qualche alto e numerosi bassi.

E’ davvero inutile cercare di analizzare con gli occhiali destra/sinistra lo scenario che esce anche dall’ultima consultazione elettorale a Livorno.

In realtà bisognerebbe prendere atto che la mutazione genetica delle forze politiche livornesi si è ormai compiuta. Pensare a un Pd erede di un Pci-Pds-Ds è come prendere per vere le radici di Roma nella leggenda di Romolo e Remo. Renzi non ha più nulla a che fare con il Pci-Pds-Ds e ancor meno il renzismo. In questo,  Livorno è la cartina di tornasole. Con un effetto collaterale disastroso: nessuno sa più cosa fare né in quale direzione andare.

La sconfitta subita dal Pd locale nel referendum costituzionale è solo apparentemente mitigata dai numeri (52 a 48). In realtà svela l’incapacità di costruire un soggetto politico che riesca a parlare alla città in modo credibile. C’è una fascia di livornesi coscienti di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che vota il Pd nell’illusoria speranza che quell’età dell’oro possa tornare. Altro che rinnovamento. E’ l’inconfessabile chimera  di un’impossibile restaurazione.

Il Pd renzista non è un partito tradizionale. E’ una forza politica di opinione. Per anni ha disarticolato sezioni e case di popolo, direzioni e assemblee, secondo una coerente logica di rottamazione. Questo metodo applicato sul territorio livornese ha avuto un impatto ben più brusco che altrove perché lì sopravviveva ancora una struttura organizzata, perché il cambio della dirigenza è stato più netto e perché la perdita del Comune fu clamorosa.

Così i renzinai si sono ritrovati senza gruppo dirigente, senza struttura organizzata, senza ceto sociale di riferimento e senza poteri nella pubblica amministrazione.

Pochi chilometri più a sud, in Val di Cornia, è avvenuto un percorso opposto. Il gruppo dirigente era bersaniano ma si è riciclato velocemente salendo sul carro del vincitore ed è rimasto composto – sostanzialmente – dalle stesse persone. La crisi della ex-Lucchini è stata affrontata con un progetto che – senza entrare nel merito della sua praticabilità – ha portato alla conferma del posto di lavoro per oltre duemila dipendenti. Circoli, sezioni e gruppi di lavoro del Pd, non solo non sono stati smantellati ma ne sono stati creati di nuovi, e il tesseramento è stato fatto. Qui in Val di Cornia ha vinto il Sì.