Più attenzione quando di mezzo c’è la salute

E’ un piccolo episodio ma forse vale la pena raccontarlo.

Alcune settimane fa trovo nella cassetta della posta due buste con l’intestazione della Asl di Livorno. Le aspettavo. Dentro ci sono i risultati di esami a cui mi sono sottoposta nell’inverno scorso – a distanza di un paio di mesi l’uno dall’altro – nell’ambito del programma di screening portato avanti dal Corat, il centro di prevenzione oncologica.  Nella prima busta vedo due fogli: in uno c’è il referto, nell’altro c’è scritto che dovrò ripetere l’analisi ogni due anni fino al compimento del 70esimo anno. Okay.

Anche nell’altra busta ci sono due fogli e naturalmente mi concentro sul primo, quello dei risultati del test, dando per scontato che l’altro contenga la solita formuletta: dovrà ripetere l’analisi eccetera eccetera. E invece no. E me ne accorgo solo quando riprendo in mano la carta per buttare via ciò che non serve.

 

Il secondo foglio è un altro referto, formulato con le solite identiche parole del mio – evidentemente è una formula standard – solo che il nome della paziente è un altro. Hanno mandato a me il risultato destinato a un’altra persona che si è sottoposta allo stesso test lo stesso giorno. Non è una bella cosa, anzi mi preoccupa subito.

 

Telefono al numero riportato sul documento: “E’  grave”, dice di getto la donna che mi risponde dopo che le ho spiegato cosa è successo.  Appunto. “Aspetti un attimo”. Va a controllare, mi fa aspettare un po’, torna al telefono e mi chiede di ripetere il mio nome.  Le spiego che quell’analisi è stata fatta nell’ambito del programma di screening e a quel punto  l’infermiera  esclama, quasi sollevata: “Ma allora non dipende da noi, deve rivolgersi al Corat”. Chiedo il numero di telefono e l’indirizzo, e sembra che stia facendo richieste strane perché c’è bisogno di un’altra donna per soddisfarle, solo che il numero di telefono che mi dà è sbagliato – corrisponde a un altro settore della Asl – e l’indirizzo incompleto (non sa il numero civico).

 

Decido di spedire il foglio non dove mi hanno indicato (lì probabilmente c’è solo il centro analisi) bensì alla sede Asl di viale Alfieri, indirizzandolo al responsabile del Corat, il dottor Alessio Zani, ma prima faccio una fotocopia, così mando il referto anche alla diretta interessata: voglio essere sicura che le arrivi. (E tra parentesi le lettere ci mettono quasi una settimana per trasferirsi da un punto all’altra della città).

Il dottor Zani mi risponde via mail. “Deve esserci  stato un difetto nella procedura di imbustamento”, scrive. E mi ringrazia per la segnalazione che “è utile per  cercare di eliminare anche queste possibilità di errore in un sistema che vede un volume di circa 25mila risultati da spedire a casa ogni anno”. La signora mi telefona (l’Asl, almeno fino a quel giorno, non l’ha contattata).

 

Una piccola vicenda, come dicevo all’inizio, che non ha prodotto conseguenze. Ma da non sottovalutare. C’è stata prima di tutto la violazione della privacy di una persona in un settore sensibile come quello della salute, e già questo è inaccettabile. La distrazione poi è sempre possibile – può capitare a tutti di sbagliare a mettere un foglio in una busta – ma in campo sanitario può essere estremamente pericolosa.  La cosa davvero grave è però che nessuno si sia accorto del disguido: in quel momento la distrazione è diventata errore vero e potenzialmente carico di effetti.  Nessuno ha così rimediato alla disattenzione iniziale – e il tempo ci sarebbe stato perché io non ero a casa quando sono arrivate le lettere e quindi le ho viste in ritardo – proprio perché nessuno ha preso coscienza di ciò che era avvenuto.

 

Il Corat di Livorno non può permettersi passi falsi dopo lo scandalo non troppo lontano dell’infermiera che falsificava i referti: circa 400 risultati –   tra cui 357 esami per la prevenzione del tumore al colon – furono manomessi nel giro di due anni, e non si è mai capito per quale motivo. L’incredibile macchinazione venne alla luce il 7 luglio  2008 quando in una fotocopiatrice  vennero trovati due referti sovrapposti per fabbricare un finto negativo. Partirono subito le indagini che risalirono fino a metà 2006 e si scoprì che un’infermiera scriveva ai pazienti che tutto era a posto anche quando invece c’era bisogno di altri accertamenti. La donna, Susanna Fiorini, è stata condannata in via definitiva dalla Cassazione il 21 novembre 2014 (a tre anni e tre mesi, dopo che ne aveva trascorsi altri 9 ai domiciliari). E’ ancora pendente invece il dibattimento per le lesioni ai pazienti: sei persone non sarebbero state messe nella condizione di  curarsi tempestivamente proprio a causa degli esami taroccati.

La storia che ho raccontato io non c’entra niente, è chiaro, però un po’ d’attenzione in più non guasta quando di mezzo c’è la salute.