Quei ditini alzati contro il governo

Martedì, da Giovanni Floris, ho visto troppi diti puntati contro il governo e l’ultimo Dcpm da parte di colleghi giornali di valore. Oddio non è che manchino buoni e numerosi motivi per chiamare il premier Giuseppe Conte e i suoi ministri alle loro responsabilità. La più importante e decisiva mi pare quella di non aver pensato, nell’estate delle cicale, a come far fronte alla nuova ondata della pandemia, puntuale come la cartella delle tasse, e che tassa per la salute e l’economia. Anche se l’obiezione avanzata a Di Martedì che si potevano comprare più treni ha messo a nudo paurose lacune nei colleghi. Dovrebbero infatti sapere che i treni non si comprano come fossero auto e soprattutto che la rete ferroviaria italiana è vecchissima, i binari in Toscana sono in gran parte quelli dell’800, ad esempio, e quindi uno può avere tutti i treni del mondo ma se non ha binari…

Ma soprattutto vorrei chiedere a molti colleghi – compresi quelli ospiti di Floris- dove erano questa estate quando , ad esempio, Il Tirreno pubblicava una bellissima foto in cui si vedeva la calca umana dei bagnanti a Tirrenia e Il Corriere Fiorentino faceva altrettanto mostrando spiagge affollate, ristoranti non sempre ligi alle regole, bar affollati e movide fino a notte lunga? Troppo facile oggi prendersela solo con il governo. E’ il solito antico vizio di trovare un colpevole e dargli addosso come atto di riparazione individuale. Non funziona così. La pandemia chiama il governo e le istituzioni alle loro responsabilità, ma occorre anche un senso civico da parte dei cittadini. Il senso di un noi, di una sfida collettiva, in cui governanti e popolo, nella distinzione anche critica dei ruoli, remino dalla stessa parte.