Quella foto è un capolavoro

Prendi l’arte, quella classica con la A maiuscola nel momento di massimo splendore, diciamo quella del Caravaggio. Poi prendi la fotografia anch’essa allo zenit del figurativo. Andrea Angione, quarantenne di Orbetello con un passato di regista e direttore della fotografia nel cinema, ha annodato i due percorsi e ha creato qualcosa di mai visto.

Provare per credere: cliccate www.andreaangione.com e date un’occhiata. Lasciate scorrere le immagini. Guardate meglio… già: impossibile! Non sono dipinti. Sono fotografie. O meglio, qualcosa che non sai neanche catalogare: pittura del terzo millennio? Arte fotografica? Computer art? O forse un po’ di tutto questo messo insieme.

E’ il sogno che Andrea Angione è riuscito a trasformare in realtà. In sintesi, lui sceglie un grande tema della pittura classica, diciamo la Pietà, studia tutte le Pietà esistenti, dipinte o scolpite, e ne immagina ed elabora una tutta sua, diversa da tutte le altre. Butta giù un bozzetto, poi scende in strada e osserva la gente, cerca volti e corpi somiglianti al Cristo e alla Madonna che si è creati in mente, sceglie i modelli e cerca di convincerli a posare nel suo set fotografico.

Qui c’è il lavoro più difficile, su luci, ombre e colori, con l’obiettivo di ricreare antiche suggestioni. Lo scatto fissa l’immagine, poi la postproduzione al computer cura i dettagli, ritocca e ottimizza l’immagine. Il risultato è una foto che non sembra una foto, dove i modelli sembrano esser trasmigrati per magia da questa Terra a un’altra dimensione, quella del mito. Ma come è nato il sogno?

«Mio padre Alberto – dice l’artista – è un pittore e scultore classico, figurativo, e l’arte classica mi ha sempre affascinato; poi sperimentando ti trovi a confrontarti con la fotografia. E’ nato tutto per caso, ho chiamato i miei amici a casa mia ed è lì che abbiamo provato a ricreare i dipinti classici utilizzando la fotografia».

«Di base – prosegue Angione – ho preso la cultura classica, un enorme tesoro che abbiamo in Italia, e ho studiato dal vivo, girando decine di chiese e musei, i vertici dell’arte. Il mio scopo ovviamente è comunicare, il mezzo non è così importante, conta raggiungere l’obiettivo. Risultato, mi ritrovo uno stile classico ma vado controcorrente, e non è facile. Sono a metà strada fra fotografia e pittura, così trovo musei dove non accettano fotografie e concorsi fotografici dove il mio stile è visto come troppo pittorico. In realtà non ho canoni, sono molto free. E forse non riescono a collocarmi perché è una cosa nuova. Io credo che gli oggetti che ritraggo siano reali, vivi, quindi sì, è arte contemporanea, anche se il tema sacro o mitologico riporta all’arte classica».

Un lavoro che lascia immaginare un impegno certosino nello studio di posizioni, ombre e luci, una specie di film con l’artista-regista e i modelli attori. «Una volta che ho l’idea dell’iconografia – prosegue Angione – mi vedo tutto il materiale sul tema, poi invento la mia pittura, che non è mai fedele a un’unica opera. Lavoro molto sulla composizione, a mano, su un foglio: linee geometriche per capire come sarà la composizione. Quindi passo a trovare gli interpreti, una ricerca minuziosa dei volti giusti. Sono persone prese per strada, anche se non tutti possono interpretare un martirio. Alcuni mi dicono no, allora io spiego con calma e cerco di convincerli. Prima di andare sul set c’è una preparazione, tutti devono sapere cosa vanno ad interpretare. Sul set la luce è fondamentale, è lì che sono molto caravaggista: uso un’unica luce che viene da una diagonale alta del set. È la luce che dà l’effetto pittorico, il chiaroscuto forte. Una luce un po’ divina. Infine lavoro come con una tavoletta grafica per fare in postproduzione con il pennello digitale ritocchi su luci e ombre».

Se l’arte impossibile di Angione è ormai una bella realtà, e lui ha ancora un sogno nel cassetto: lavorare come Caravaggio o Tintoretto, realizzare opere da altare da inserire nelle chiese, magari con un mecenate che ti commissiona l’opera. Difficile, di questi tempi? Forse. Ma non impossibile.