Ryanair: O’Leary che cavalca l’aeroplanino non basta più

Gli amici e colleghi del Tirreno scherzavano sempre sulla mia avversione per Ryanair, pensando che il mio fosse solo un atteggiamento un po’ snob visto che ho sempre preferito per i miei tanti viaggi le compagnie tradizionali. All’inizio, come ho scritto anch’io in tanti pezzi, dalle compagnie di gestione degli aeroporti ci raccontavano che quei voli a un centesimo, un euro, dieci euro e così via erano offerti grazie ad un’attenta politica di risparmio: innanzitutto il no-frills, cioe il servizio “senza fronzoli” ridotto all’essenziale, e batoste per chi ordinava anche un semplice caffè a bordo; il mitico O’Leary che diceva di avere un ufficio in un vano sotto una rampa di scale e di muoversi solo in taxi; l’uso di aeroporti alternativi; la vendita di gratta e vinci a bordo e di ticket per i trasporti a terra; l’esclusiva vendita dei biglietti aerei online; la rinuncia ad ogni diritto riservato ai passeggeri delle compagnie tradizionali e soprattutto di quelle aderenti al,a Iata; l’uso di aerei dello stesso tipo che permetteva di ridurre i costi di manutenzione.

Poi si è scoperto che tutto questo era accompagnato da bassi stipendi, contratti “irlandesi” più favorevoli che nel resto d’Europa, rifiuto d’imbarco per chi sgarrava anche di un solo secondo sui tempi di check-in, politica rigidissima sul bagaglio, supplementi che apparivano e sparivano nella home page, senza dimenticare che, sull’onda del successo, anche gli aeroporti aprivano il portafoglio, magari per pagare una campagna pubblicitaria. Il tutto non sempre ben evidenziato dai media che si limitavano spesso a raccontare solo la parte folcloristica delle vero o false intenzioni di O’Leary, tipo i gabinetti a pagamento a bordo o i viaggi aerei in piedi appoggiati ad una specie di barella, cose impossibili legalmente, ma che conquistavano paginate e titoli sui giornali.

E ricordo quando scoppiò il bubbone di quel vulcano islandese dal nome impronunciabile per il quale rimasero a terra per giorni gli aerei di mezzo mondo, Ryanair compresa, e il solito O’Leary si rifiutò sistematicamente di pagare, come tutti i suoi colleghi, le spese a terra dei passeggeri. Io rimasi tre giorni a scrivere servizi per il Tirreno all’aeroporto di Pisa e la risposta a chi chiedeva rimborsi di ristoranti e alberghi era sempre del tipo “avete pagato una sciocchezza per il biglietto ed ora volete anche vitto ed alloggio?”, con cause legali che fioccavano una dopo l’altra.

Il tutto nel quadro di un modello di business che prevedeva e prevede, per far quadrare i conti, una crescita continua di rotte e frequenze, anche se poi un intelligente algoritmo ha sempre fatto in modo di cancellare voli troppo vuoti ed offrire soluzioni più vantaggiose a chi rimaneva senza posto.

È vero che adesso sono entrati in campo altri vettori, ma è altrettanto innegabile che è l’intero modello low-cost a scricchiolare e per un motivo molto semplice: low-cost non fa rima con real-cost, come sanno benissimo i milioni di passeggeri statunitensi che da tempo si trovano davanti viaggi “spacchettati” al massimo: si paga ad esempio la sola tariffa base in posti scomodi, oppure se si porta un bagaglio, se si vuole viaggiare uno accanto all’altro, se si desidera imbarcarsi per primi e perfino, molto presto, se si vorrà usare la cappelliera. A meno che si compri un biglietto in cui tutto questo è compreso…

Insomma, la festa sembra finita, resta da vedere cosa farà O’Leary per tranquillizzare i piloti che chiedono paghe in linea con il mercato reale: certamente non potrà rispondere con una delle sue solite sceneggiate a cavallo di un modellino o dentro il motore di un aereo.