Sinistra in crisi, meno male che c’è papa Francesco

La sinistra divisa in mille anime, frazioni e capetti, si ritrova unita nel riconoscimento degli uomini di religione. Quella religione che per molti di loro altro non era che oppio dei popoli. Qualche esempio? Ogni anno, molti di loro, si inerpicano per la stradina che conduce a Barbiana  : ieri marciavano per Enrico Berlinguer, oggi per don Lorenzo Milani sulla scia di Walter Veltroni che da segretario dei Ds, nel gennaio del 2000, tenne a Torino un congresso intitolato “I care” portandosi al Lingotto copia della scritta che campeggia nei muri della canonica del prete fiorentino.

Beppe Grillo, folgorato sulla strada di Assisi, definisce i suoi adepti i nuovi francescani mentre nei primi anni duemila, prima della conversione politica, non perdeva una marcia della giustizia che ogni anno si snoda da Agliana a Quarrata, a braccetto di  preti scomodi come il missionario Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti.

Infine papa Francesco, vera star della sinistra italiana e mondiale. “Papa Francesco dice cose sublimi, è l’unico uomo di sinistra rimasto in questo Paese”, ha affermato Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Pci di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

E dopo il discorso ai lavoratori dell’Ilva di Genova sul lavoro, ricordate?,  Pd e scissionisti si sono come riuniti nel segno di Bergoglio: hanno applaudito il papa sia Renzi che i militanti di Articolo 1-Mdp.

In questa ricerca di figure del mondo religioso come punti di riferimento ideologici nell’era della globalizzazione e della rivoluzione digitale si può cogliere la vitalità della Chiesa e del suo pensiero universale, ma nel contempo anche il segno di una sinistra che non ha saputo, dopo la caduta del Pci, ridefinire un’identità politica all’altezza dei nuovi tempi. Darsi un’anima.

 C’è stato per qualche anno la ricerca, tra socialismo e capitalismo, di una  terza via nel segno dei Blair e dei Clinton come fuoriuscita dalle vecchie ideologie del Novecento, ma ha avuto il fiato corto e un appeal improbabile.

E il M5S ha scoperto che la Rete, il digitale, i blog avvicinano gli uomini, possono forse rendere più efficiente la politica, ma non aiutano a darle un senso, un’anima. Così si sono specchiati in san Francesco e nei suoi fraticelli, una sublime storia medievale, loro, i militanti del M5S, per i quale sembra esserci solo  futuro e il passato è come rottamato nei bit internettiani.

Il papa, Francesco d’Assisi e don Milani, nuove icòne del pantheon della sinistra, possono essere assunte come figure di riferimento ideale anche per chi fa politica, ma il vangelo è oltre e altro.  Lo ha ricordato lo stesso papa Francesco citando nel suo videomessaggio su don Milani la sua lettera al giovane comunista Pipetta. “Il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso”.

Don Milani ricorda l’irriducibilità dell’istanza religiosa rispetto a quella politica. Pipetta è interessato alla conquista della reggia, del potere e al suo governo mentre il cristiano ha come orizzonte di senso il Crocifisso.

  Per il bene dell’uomo fede e politica  possono incontrarsi e anche collaborare, ma nella distinzione e nell’autonomia. Negli anni Cinquanta quando nella Dc c’era chi si opponeva all’apertura al Psi, il giovane parlamentare fiorentino Nicola Pistelli ricordava che la politica non la si fa “con le epistole domenicali di San paolo”. Tra fede e politica si staglia infatti  lo spazio dell’autonomia e della responsabilità  delle scelte individuali e collettivi. Lo spazio della laicità.