Sos negozi, muore il centro storico senza turisti e residenti

Non sorprende il grido di allarme che i commercianti del centro storico di Lucca hanno lanciato nell’intervista di Barbara Antoni, su Il Tirreno, sostenendo che per ripartire non basteranno certo eventuali agevolazioni del Comune in merito alla sospensione delle tasse e delle tariffe dei servizi locali. L’impressione è che anche con l’atteso, ma incerto e problematico arrivo di contributi a fondo perduto da parte del governo sarà difficile che tutti possano superare i problemi di liquidità e il monte spese da pagare per i costi di gestione, il personale, gli affitti e la merce.

E, a differenza di tante altre città, il tessuto commerciale di un centro chiuso dalle Mura comporta problemi aggiuntivi. Nel tempo la parte storica di Lucca è inesorabilmente diventata una Disneyland e una mensa a cielo aperto, dato che poco o nulla è stato fatto (ma con la legge Bersani era oggettivamente difficile limitare l’apertura di pubblici esercizi, fast-food, pizzerie, bar e ristorantini) per consentire di sopravvivere alle attività tradizionali del commercio lucchese, quello gestito dalle famiglie dei grandi e bei negozi di abbigliamento, oreficeria, accessori, oggettistica e via dicendo.

L’arrivo delle grandi catene disposte a pagare affitti esorbitanti per i fondi nel quadrilatero d’oro intorno a via Fillungo ha inesorabilmente spinto ai margini del centro tante attività, molte delle quali sono uscite dalle Mura, se non hanno chiuso. Portandosi dietro una clientela che dalla periferia sempre più di rado si affaccia a un centro storico per arrivare al quale si fanno lunghe code, per poi pagare assai cara la sosta. Impensabile quindi per un negozio a conduzione familiare sostenere canoni da 5 a 10mila euro al mese, soprattutto in momenti in cui la concorrenza dei centri commerciali prima e del commercio on line poi ha considerevolmente e costantemente ridotto gli incassi. La mazzata finale è arrivata con la trasformazione, sempre più accelerata negli ultimi quindici anni, di tutte le vie del centro in file di locali per la ristorazione più o meno veloce. Con la tassa pagata per il suolo pubblico hanno portato ossigeno al bilancio comunale e hanno dato posti di lavoro, ma hanno anche coperto e stravolto il volto della città pure in zone monumentali.

 Oggi, la grande maggioranza degli esercizi commerciali dentro le Mura sono questi ristorantini-fast food che macinano fatturati sufficienti per una gestione che dia da vivere, anche pagando affitti salati ai proprietari dei fondi. Il problema è che la quasi totalità della clientela di questi locali è rappresentata dai turisti. L’auspicio e la speranza è che tornino al più presto, ma c’è da temere che le norme sul distanziamento e le altre a tutela della sicurezza rendano più alti i costi di gestione, a fronte di una prevedibile riduzione di incassi a causa del dimezzamento dei posti ai tavoli che sembra si renda inderogabile.

 Ecco perché non sorprende affatto l’Sos raccolto da Antoni sul Tirreno. E la preoccupazione regna pure tra i proprietari dei fondi: troveranno da affittare ad attività diverse dalla ristorazione e dall’offerta di articoli specificamente riservati ai turisti (souvenir e chincaglierie varie) nel caso i ristorantini non reggessero più? E’ davvero ipotizzabile che possano resistere senza consistenti interventi di sostegno anche i pochi negozi della tradizione rimasti? Il Comune fa la sua parte e forse potrà fare anche di più, ma non si  deve sottovalutare il prevedibile calo di introiti per l’immediato e un periodo di futuro che difficilmente sarà breve. E minori entrare per il bilancio rischiano di avere conseguenze sulla quantità e qualità dei servizi che il Comune eroga. Ecco perché è interesse di tutti che arrivino davvero contributi a fondo perduto in grado di evitare chiusure di attività in serie, con drammatiche conseguenze anche sull’occupazione. Utopia? Riuscirà il governo a reperire le risorse necessarie dall’Europa o in altro modo?

 Intanto è chiaro a tutti che non è più rinviabile mettere davvero mano a politiche di recupero di residenza, servizi e funzioni che rivitalizzino un centro storico che rischia di rimanere spettrale, almeno fino a quando non sarà stato trovato il vaccino contro il Covid-19 e sarà cessata nella popolazione la paura del contagio. Fattore che peserà comunque, anche se tutti potessero riaprire come prima.

 Certo, per una città che ha nel turismo una delle sue principali fonti di introito è fondamentale una rapida revisione del piano di organizzazione e promozione di eventi e manifestazioni, i più importanti e decisivi dei quali (Summer e Comics) per come sono stati proposti fino ad oggi inesorabilmente impallinati dalle norme sugli assembramenti, a tutela dal contagio. Utile e opportuna quindi la strada che pare imboccata per puntare su un minor numero di eventi, di maggior qualità e per i quali è possibile assicurare il distanziamento necessario. E nell’interesse di tutti è che anche Summer, Comics e altre manifestazioni di grande afflusso possano trovare una soluzione proponibile subito,  fino a quando il vaccino non consentirà di tornare alla libera e sicura circolazione in massa.

 Ma il tema di fondo è come garantire vita, e quindi clientela stabile per i negozi in tutti i mesi dell’anno, a un centro storico che al 30 marzo 2020 registra la miseria di 8844 residenti (e c’è il sospetto che non siano pochi quelli fittizi), due terzi dei quali anziani o molto anziani poco propensi agli acquisti. Anche perché ci vorrà tempo perché possano tornare ad essere occupate, almeno nei mesi dell’alta stagione, la gran quantità di abitazioni affittate ai turisti. L’obiettivo di riportare dentro le Mura almeno 15.000 residenti, se non i 27.000 del censimento 1951, è stato sbandierato da tutte le amministrazioni che si sono succedute, a partire dagli anni Settanta. Ma ad oggi non si è visto granché dei progetti vagheggiati – mai nero su bianco, e tanto meno avviati – per rendere meno onerose le ristrutturazioni di un patrimonio edilizio sempre più fatiscente e privo di comfort (su tutti, gli ascensori), per riportare le funzioni e gli uffici pubblici colpevolmente lasciati scappare ai quattro angoli della città, per far tornare i servizi perduti e gli studi dei professionisti, per rendere la città attrattiva anche per giovani coppie e bambini, ormai una rarità assoluta. E’ troppo chiedere al mondo delle amministrazioni, della politica e della burocrazia di accelerare il passo per arrivare alla necessaria inversione di tendenza, partendo dal varo delle nuove norme urbanistiche che dovrebbero puntare soprattutto sul riuso? Partendo dal concreto ritorno di attività al mercato del Carmine, alla Manifattura Tabacchi e negli altri grandi contenitori pubblici, del cui destino si discute vanamente da almeno quaranta anni? E’ azzardato pensare che si possa favorire intanto l’accesso al centro storico, portando le tariffe dei parcheggi alla soglia minima che si limiti a garantire il pareggio di bilancio nella gestione? Che si possa arrivare ad una  rete di trasporto pubblico decente e in grado di collegare con la necessaria frequenza alla città anche frazioni distanti tra i cinque e i dieci chilometri, per cui oggi vengono offerte pochissime corse al giorno, spesso non collegate ai veri orari di scuole, uffici e attività?