Strage di Viareggio, c’è voglia di verità

Ci sono volti sorridenti. Di bambini. Adulti. Anziani. Uomini e donne. Gente al mare che prende il sole. Una dolce mamma con i suoi bambini. Una giovane coppia in chiesa dopo avere pronunciato il sì del matrimonio. Gente comune. Italiani e anche stranieri che si erani integrati in città. Uno spaccato di vita. Immagini che danno nell’immediatezza un senso di serenità. Purtroppo la realtà è diversa. Diametralmente opposta e drammatica: quei volti impressi in uno striscione bianco, quei volti che assomigliano ad una trasposizione nel Terzo millennio del ‘Quarto stato’ (il quadro cult di Pellizza di Volpedo), quelle trentadue persone di tutte le età sono le vittime della strage alla stazione ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009. Volti (con il loro ricordo) che sono… nuovamente presenti con il loro rumoroso silenzio nelle aule del tribunale di Lucca dove è ricominciato il processo contro trentadue persone (fra questi anche i vertici delle Ferrovie all’epoca dei fatti contestati) ritenute responsabili, con profili diversi delle cause scatenanti di quella indimenticabile tragedia che Viareggio si porterà per sempre addosso: le esplosioni, il crepitio delle fiamme, le immagini che hanno fatto il giro del mondo e che ogni volta che vengono riproposte fanno riaffiorare dolore e disperazione.

Trentadue volti in un lenzuolo-sudario di passione. Trentadue persone che chiedono di sapere perché sono morte e se dietro quella tragedia che ha reciso la loro esistenza ci sono – come sostiene la Procura di Lucca: l’accusa è sostenuta dai pubblici ministeri Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino – precise responsabilità da parte di chi avrebbe dovuto controllare che tutte le misure di sicurezza fossero rispettate lungo la linea ferroviaria, che i controlli periodici effettuati sui carri cisterna che trasportavano gas propano liquido siano stati eseguiti come prevedono i protocolli internazionali. Per la Procura – che oggi comincerà la requisitoria finale – ci sarebbero state negligenze di non poco conto in particolar modo nei controlli dell’asse della prima cisterna nel quale non sarebbe stata individuata una ‘cricca’ , in altre parola una lesione per corrosione nel tempo. Una tesi che le difese dei trentadue imputati (a giudizio ci sono anche nove società) hanno sempre contestato. Lo scontro finale è dunque appena cominciato: dopo un centinaio di udienze dibattimentali, alcune delle quali drammatiche e indimenticabili per le emozioni che hanno prodotto (gli strazianti racconti dei familiari delle vittime, il calvario iniziato il 29 giugno e continuato per diverse settimane) in chi ha seguito il processo, è cominciato il gran finale.

Il presidente del collegio giudicante Gerardo Boragine ha fissato già diciotto udienze fra settembre e ottobre: dopo le requisitorie dei pubblici ministeri, toccherà ai legali delle numerose parti civili (i familiari delle vittime e i feriti) che si sono costituite a processo. Poi le arringhe dei difensori degli imputati. Ci vorrà del tempo. Ma l’obiettivo del collegio giudicante è quello di arrivare alla sentenza di primo grado entro la fine di novembre, anche per evitare che due delle accuse contestate agli imputati (incendio colposo e lesioni colpose) cadano in prescrizione, prevista a fine febbraio 2017. Pretendere la verità – come chiedono i familiari delle vittime – è il minimo che spetta a chi non c’è più ma che continua a vivere non solo del ricordo dei loro cari ma della città che non potrà mai dimenticare quel che accadde fra le 23.50 e le 23.52 di quell’afoso lunedì di inizio estate del 29 giugno 2009.

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