Strage di Viareggio, fra ricordi, fiaccolate, giustizia e rischio prescrizione

Otto anni fa l’inferno. Oggi l’incubo. Che continua. Senza sosta, un po’ meno intenso, con sfumature meno forti stemperate dal tempo che passa. Ma sempre incubo si tratta. L’incubo che avvolge Viareggio, l’incubo che ha stravolto la vita delle famiglie che nella notte fra il 29 e 30 giugno 2009 nelle strade adiacente alla stazione ferroviaria di Viareggio, nelle strade martiri di via Ponchielli e di via Porta Pietrasanta, oppure al dl là della ferrovia in via Burlamacchi, hanno perso gli affetti più cari. E certe ferite, soprattutto quelle dell’anima, non si sono ancora guarite: rimarranno aperte vita natural durante, si tramanderanno generazione dopo generazione. Impossibile dimenticare i volti e la storia di trentadue persone morte dopo il deragliamento di un convoglio merci di cisterne piene di gas propano liquido: fuoco e esplosioni. L’inferno.

Nell’avvicinarsi la data della ricorrenza, Viareggio – nonostante l’inizio della stagione estiva, sinomimo di sorrisi, relax e divertimento, oltre che ossigeno vitale per l’economia turistica – riscopre e moltiplica le paure e le angosce di quella notte: non si veste a lutto, non è più l’ora del lutto, ma quella dell’impegno, della riflessione, della determinazione perché sia fatta giustizia e che un evento del genere non abbia più a succedere sul territorio nazionale. La città e i Comuni della zona si stringono compatti ancora una volta ai familiari delle vittime, non li fa sentire soli, cercando di creare una rete di protezione e di sostegno che dia ancora la forza per superare anche l’impatto con un’altra ricorrenza, dove il dolore e la disperazione riaffiorano. Come quella notte e nei giorni successivi. Una città individualista, incline alla polemica su tutto, riesce solo a ricompattarsi in questa occasione, quando le immagini di quella notte riappaiono sugli schermi. La città ha sempre cercato di assecondare la battaglia dei familiari delle vittime:  non li ha fatti sai sentire soli anche nei momenti più difficili del post-tragedia, soprattutto quando l’inchiesta della magistratura procedeva – questa la convinzione manifestata in più occasioni delle parti offese – senza la necessaria speditezza. Ma oggettivamente non era facile fare luce in quel ginepraio di società italiane e straniere, per definire i profili di responsabilità di chi aveva sbagliato, di chi non aveva svolto il proprio lavoro così come prevedono i protocolli internazionali sulla sicurezza ferroviaria, su chi non aveva messo in preventivo che, senza adeguati controlli, non poteva essere esclusa un incidente del genere. Il processo c’è stato. E’ stato lungo e sofferto, è durato più di tre anni, senza dimenticare l’incidente probatorio e l’udienza preliminare, 140 udienze dibattimentali e di discussione: il 31 gennaio scorso è arrivata la sentenza di primo grado con condanne a sette anni per Mauro Moretti e Michele Mario Elia, ex amministratori delegati di Rete Ferroviaria Italiana. Altri ventuno imputati sono stati condannati: tutti sono stati ritenuti responsabili di incendio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime, disastro ferroviario – per l’accusa mossa dalla Procura – alla base del deragliamento e della successiva esplosione del gpl fuoriuscito da una delle cisterne.

Le motivazioni della sentenza pronunciata dal giudice Gerardo Boragine, presidente del collegio giudicante, saranno – dal punto di vista delle difese – depositate ala cancelleria penale di Lucca entro il 30 luglio. Poi codice di procedura alla mano, toccherà agli avvocati difensori trovare gli spunti per presentare il ricorso in Appello. Ricorso che ci sarà. Su questo non ci sono dubbi. I tempi della giustizia però rischiano seriamente, anzi è praticamente una certezza, che due dei reati più lievi, l’incendio doloro e le lesioni, finiranno nel vortice della prescrizione: per l’omicidio colposo plurimo e il disastro ferroviario, c’è tempo. La battaglia per ‘giustizia e verità’, il mantra dei parenti delle vittime, continua. E nelle prossime ore, la fiaccolata per le strade della città e alle 23.52 del 29 giugno, la lettura dei nomi delle trentadue vittime scandirà ancora una volta la liturgia del dolore.

E pensare che quella sera, alla chiusura serale della redazioni locali dei giornali, le risposte all’ultimo giro di nera delle 23,45 a 118, polizia, carabinieri, vigili del fuoco erano state ‘tutto tranquillo’ o ‘non c’è nulla’. Ma cinque minuti dopo… tutto non mai più stato come prima.

 

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