Strage di Viareggio, la lezione di stile di Marco Piagentini

Non c’è stato, come per la strage di Ustica, un muro di gomma a condizionare le indagini. C’è stato però per la strage dalla stazione di Viareggio un muro di insensibilità, durante la fase istruttoria, nel corso del dibattimento e dopo la lettura della sentenza di primo grado. Un muro di insensibilità da brividi. Insensibilità ovviamente non da parte della gente comune che si è schierata, anima e cuore, con i parenti delle trentadue vittime, ma da parte dell’apparato dello Stato, quello chiamato a rispondere – attraverso le società dell’universo delle Ferrovie dello Stato – del disastro alla stazione di Viareggio del 29 giugno 2009. Certi commenti hanno fatto scopa con l’atteggiamento tenuto fin dal primo momento dell’allora amministratore delegato delle Ferrovie, Mauro Moretti che aveva dirottato su un’altro binario le presunte responsabilità del disastro costato la vita, non dimentichiamolo mai, a trentadue persone: senza contare i feriti che si portano ancora anno addosso non solo le cicatrici fisiche ma anche psicologiche di quella notte. Ma i giudici di primo grado di Lucca hanno maturato un’altra convinzione, con tanto di sentenza di condanna, di fronte alla quale non c’è stato il rispetto dovuto ad una decisione presa “in nome del popolo italiano”, dopo un processo lungo, delicato, articolato nel corso del quale sono stati prodotti migliaia e migliaia di documenti.

Rispetto degli altri come stile di vita

Il rispetto per gli altri come stile di vita. Già, il rispetto. E’ mancato fin dall’inizio di questa dolorosa vicenda verso i parenti delle vittime, con improvvide dichiarazioni che sono proseguite del tempo fino al giorno dell’Oscar per  “lo spiacevole episodio”  con trentadue vittime. I parenti invece hanno mantenuto, soprattutto il giorno della sentenza, un comportamento irreprensibile. Marco Piagentini, presidente dell’associazione “Il Mondo che Vorrei”, ha invitato un gruppo di giovani arrivato vociante nel piazzale del Tribunale a non offendere nessuno, aspettando con fiducia la sentenza, quella cornice giudiziaria all’interno della quale ci fossero soprattutto “verità e giustizia”, al di là dell’accertamento delle responsabilità dei singoli.

Una lezione di vita

Ecco in quel gesto di grande rispetto per gli imputati (presi di mira dai giovani) c’è un’altra grande lezione di vita che questo giovane padre ha fornito lontano dai riflettori. Marco Piagentini è una delle icone del dramma (ha perso la moglie e due bambini di 2 e 5 anni), per sei mesi è stato ricoverato in ospedale ed è stato sottoposto a quaranta interventi chirurgici. Il suo invito (raccolto) è stato un gesto di rispetto nei confronti di tutti gli imputati, una “lezione” di stile diretta preventivamente a chi in aula, una volta che il giudice Gerardo Boragine ha snocciolato uno dietro l’altro il nome dei imputati e le condanne, ha parlato di “sentenza populista”. D’accordo, c’è la libertà di parola e di pensiero, soprattutto da parte dei legali degli imputati, ma il rispetto per chi la pensa diversamente dovrebbe essere sacrosanto.

L’invito a rinunciare alla prescrizione

La lezione di stile di Marco Piagentini e di tutto il consiglio dell’associazione Il Mondo che vorrei (che ha avuto come presidente per molto tempo Daniela Rombi) non è finita con quel gesto. Una lezione di stile continuata anche nei giorni successivi, quando senza alzare la voce, ma con la forza delle parole e delle immagini, hanno invitato chi è stato condannato a fare un passo indietro e a rinunciare alla prescrizione (per l’ncendio e le lesioni colpose), quel  “maledetto” marchingegno giuridico che rischia fra non molto tempo di far stemperare l’efficacia della storica sentenza dei giudici del Tribunale di Lucca.